mercoledì 20 gennaio 2010

Di getto

Mi svegliai da un lungo sonno senza sogni. Erano passate poche ore, ma mi sentivo intorpidito come se fossi stato in quella posizione per giorni, o forse settimane. Guardai l'orario, erano le 3:33. "Curioso", pensai tra me e me, in quello stato di dormiveglia dove ogni cosa sembra avere un senso, dove tutto è ovattato, e tutto ci sembra bello e perfetto. Dove i nostri sensi sono completamente appagati, non fame, non sete, non felicità, non sofferenza. Un dolce richiamo verso il nulla, verso l'oblio creato dal sonno, dai nostri vuoti sogni.
Mi rigirai tra le coperte, in quel momento non avrei saputo dire in quale verso mi trovassi, da quale lato del letto o in quale stanza, paese o continente mi trovassi. Potevo essere ovunque e in qualunque altro letto di qualsiasi altra camera. Rumore di un motore fuori dalla finestra, che sfreccia squarciando il silenzio della notte. Ma a me sempre più proteso verso l'auto annullamento, sembra solo un ronzio che accompagna quello dell'orologio e della televisione dall'altro lato della stanza. Se sono ancora lì e non sono invece frutto della mia fantasia.
Mi svegliai successivamente un pò dopo, o molto dopo, non saprei dirlo. La mente era ancora annebbiata, permeata dal nulla notturno perché riuscissi a percepire che ore erano e quanto tempo era passato dalla volta precedente. Non saprei neppure dire se fosse stata solo un sogno, o se mi fossi davvero svegliato in precedenza.
In quel momento sento un ronzio, poi un altro, e poi una musichetta. Rispondo al cellulare, senza vedere il numero. Lentamente immagino sia qualche altra inutile offerta, e preparo le frasi di circostanza per salutare quel benvenuto scocciatore mattutino con garbo. Invece sento una voce familiare, senza riuscire ad assegnarle un volto ben definito. "Sai che ore sono?", mi dice. E mentre cerco di associare voce a volto, tossisco. "Non hai molto tempo", mi avvisa, "sanno che ti sto telefonando. Ti ricordi che devi fare quella cosa?".