mercoledì 18 agosto 2010

Sul bordo

Sono sul bordo di un promontorio. La maggior parte delle persone, in circostanze come queste, come prima cosa abbasserebbe lo sguardo, per guardare cosa c'è in basso: probabilmente per orientarsi, o per capire quanto in alto si trovino. Non io, o almeno non in questa circostanza.

Non che mi importi quello che c'è giù. Normalmente guarderei in basso, ma, a differenza degli altri, per paura più che per curiosità: per capire che tipo di atterraggio mi aspetterebbe qualora, per un motivo o per un altro, cadessi, seguendo la legge di gravità. Valutare l'entità dei danni al mio corpo, alle mie ossa, i tessuti lacerati, l'emorragia, il tempo necessario perché arrivassero eventualmente i soccorsi. Questo è l'iter mentale che avrei fatto in condizioni normali.

Ora, invece, non mi interessa. Sono qui ormai da alcuni minuti e non so cosa ci sia in basso. Né devo in qualche modo sforzarmi per non guardare in basso. Probabilmente scogli che affiorano dal mare, onde che si infrangono contro di essi. O una spiaggia, una insenatura dove la risacca del mare indurisce la sabbia quanto basta per farne castelli, fanghi o palle da tirare. O ancora dei rifiuti, rottami arrugginiti dalla salsedine lasciati lì a marcire pensando che nessuno ci avrebbe mai fatto caso, o meglio, non pensando affatto alle eventuali conseguenze. Ma tutto questo non importa.

Quello che cattura la mia attenzione invece è ciò che ho davanti: il cielo. Probabilmente pochi lo notano, ma in certi momenti della giornata, senza ostacoli davanti a sé, è possibile vedere nitidamente la linea dell'orizzonte. Vedere de facto la più realistica rappresentazione di terra e cielo come entità separate. E perdercisi dentro, come fosse un nuovo universo da esplorare. Il pensiero è troppo immenso da comprendere, e dopo un pò gira la testa.

E poi le varie tonalità del cielo: ora, per esempio, è quasi arancione, credo sia per il tramonto. O l'alba. Le nubi subiscono la colorazione poi come dei gangli di colore, delle punte più cupe ma non per questo meno fondamentali sulla tela. Non credo che le tonalità del cielo possano esistere ricreate artificialmente, né dal più bravo paesaggista né da qualche macchinario iper-sofisticato usato per gli effetti speciali di qualche film. Non è mai come lo percepiamo naturalmente. Né mai potrà esserlo.

Un'altra cosa che mi colpisce è il silenzio: un assordante silenzio che mi fa sentire solo i miei pensieri. Letteralmente. Anche volendo, non riesco ad aprire la bocca e ad articolare qualcosa più di un filo di voce. Quasi a non voler rovinare l'incantesimo. E' un silenzio quasi innaturale: uno di quelli dove, se fosse un film, da spettatore sapresti che il killer è lì pronto a colpire da un momento all'altro, al che dei violini ne squarciano l'esistenza.

D'improvviso si alza un refolo di vento, caldo. Il suo odore mi riempie. Non credo sappia di mare, né di salsedine. Sa solo di "caldo". Allora chiudo gli occhi, tremante. Una lacrima, non invitata, mi scende dal lato destro del viso. Plic. Sento il suo infrangersi per terra.

Al che, compio un passo avanti.