martedì 4 maggio 2010

Di getto - parte 4

La prima cosa che avvertii una volta uscito da quelle consumate colonne d'Ercole di cemento fu il calore. Uscito dalla penombra, se fino a poco prima mi sentivo come sospeso in un protetto e sicuro nulla, i raggi del sole risvegliarono i miei sensi, riportandomi ad una viva realtà. Certo, l'ambiente circostante era piuttosto monotematico, fatto essenzialmente da palazzi a tinte tenui, qualche auto e apparentemente poche pigre persone che si facevano strada nella calda luce. Ma rispetto a prima, mi sembrò un piacevole miglioramento. Un altro colpo di vento mi attraversò il volto, stavolta più dolcemente. Iniziai a pensare che la calda luce forse aveva addolcito anche il vento.

Proseguii il mio cammino, immergendomi anch'io nella luce che sembrava avvolgere tutto in quel contesto. Anche le persone, era come se nuotassero nella luce, e questa in cambio addolciva i contorni, ne uniformava i movimenti, i gesti. Per un attimo, guardandomi attorno, mi sembrò di essere in una sorta di opera d'arte in movimento: tutto si muoveva armoniosamente nella luce, senza interruzioni, senza irregolarità. Un ordine talmente perfetto da sembrare surreale. E io, immerso a mia volta con il resto, contribuivo a quella "perfezione dinamica". Uno tra tanti. "Esattamente come avevo pensato prima. Buffo." pensai tra me e me.

Voltai l'angolo e lo scenario non cambiò: palazzi, auto, qualche persona, il tutto immerso in una calda, viva luce. Il movimento perfetto era ancora lì, in corso, come in un film che hai visto tante volte e del quale conosci persino le pause tra una frase e l'altra, il rumore di fondo tra un gesto e l'altro. Forse proprio per questa aura di perfezione, paradossalmente, il contesto mi sembrava sempre più reale man mano che avanzavo. Sul muro accanto a me notai alcuni manifesti strappati, parte di essi ormai penzoloni lungo il muro, in balìa del vento. Il vento caldo in quella illuminazione calda.

Dopo un pò che camminavo, ebbi la sensazione che anche l'aria fosse più rarefatta, come se il calore circostante la consumasse man mano che proseguivo. Sbattei le palpebre più velocemente, come per mettere a fuoco, evitando che quanto c'era intorno a me sfuggisse di nuovo, per rimanere aggrappato a quella realtà. Non per questo smisi di camminare, no. Solo che questa aria rarefatta aveva ammorbidito anche i miei stessi passi: il mio incedere era meno deciso, meno armonioso, meno speranzoso. Il perfetto meccanismo iniziava ad incepparsi, e al centro dell'attenzione c'ero io.

Ormai più andavo avanti nella luce, più questa si faceva sempre più forte, e allo stesso tempo le certezze che avevo accumulato fino a quel momento tornavano a dissiparsi. Avevo la sensazione di essere osservato dagli altri componenti del perfetto meccanismo, incuriositi da questa variazione nella loro opera d'arte dinamica, alcuni persino sdegnati. Immaginavo di rivolgermi a loro, come scusandomi per aver rovinato tutto attirando l'attenzione con la mia imperfezione, pregandoli di andare avanti lo stesso, come se non ci fossi. Ma in un'opera di perfezione ciò che risalta maggiormente è un difetto, più impercettibile è e più esso risalta per quanto possa essere perfetta l'opera.

Raggiunsi una zona d'ombra, vicino un portone. Sentii le mie pupille ridiventare appuntite come spilli. I miei contorni si erano fatti di nuovo nitidi, delineati. Alzai lo sguardo: il meccanismo perfetto era ancora lì. Non avevo più dubbi: sapevo cosa fare.