domenica 9 giugno 2013

La grande bellezza - Una recensione

- Pronto?
- Pronto Toni? Sono Paolo.
- We Paolo, ciao. Che dici?
- Tutto a posto. Senti un fatto, sto preparando il mio nuovo film...
- Ma che è, n'altra cosa scritta con Sciòn Penn che vuole fare l'impegnato?
- No no. Questa non contiene manco nazisti, figurati.
- Ma dove la giri?
- Qua a Roma. Prevalentemente di notte. Con molte opere d'arte.
- Ah, capito. Bello!
- ...e senti, stavo pensando a te come protagonista.
- Ah, mi fa piacere. E chi dovrei interpretare?
- Uno scrittore che ha scritto un solo romanzo, di successo, e che ora fa il giornalista.
- Ma ha qualche tratto particolare?
- Dice molte frasi fatte, però meno irritanti e brutte di quelle di Sciòn Penn.
- Eh, meno male. Ma poi nulla più?
- No vabbè. Basta che fai il Toni Servillo, va benissimo così.
- Senti, e chi altro ci sta?
- Ah, guarda, qua abbiamo fatto le cose in grande: siccome è un film su Roma, abbiamo chiamato diversi attori romani che fanno varie comparsate, più qualche "intruso". Così il pubblico si diverte a fare "Uh, guarda, ci sta coso!", e alleggerisce il peso del film.
- Ho capito, ho capito. Senti, per me si può fare.

L'espressione del sommo Toni Servillo non è direttamente correlata col giudizio sul film
(fonte immagine: http://www.labottegadihamlin.it)


A due anni di distanza da "This Must Be the Place", sulla cui pretestuosità e sulla cui genesi ha sapientemente scritto il Saggio Andrea, Sorrentino ci riprova con più sostanza e con meno forma finto-pomposa per darsi un tono impegnato. Non che il film non voglia esserlo o non lo sia, ma stavolta la somma delle parti che lo compongono è quantomeno all'altezza delle singole parti.

Il risultato è un film "alla Sorrentino", che risente sì della non-narratività del film precedente, ma che stavolta ha quantomeno un senso, un filo conduttore che conduce lo spettatore lungo il film; filo conduttore che fa il verso alla Dolce Vita - e non può non farlo - quantomeno senza mai evocarla troppo esplicitamente.

Servillo fa Servillo. Il che, considerato che è uno dei migliori - se non il miglior - attore italiano in circolazione, è un pregio. Il suo Jep Gambardella potrebbe pure non dire le frasette fatte per "farle ricordare alla gente", in quanto risulta ben più espressivo con le smorfie e le espressioni di Toni.

Rimane l'effetto shock dei primi minuti, con una specie di "Indovina chi?" giocato sugli attori che fanno una comparsata, che in pratica riempie TUTTI i primi 20-30 minuti lenti e inesorabili del film. Superato il timore di essere davanti ad un "This must be the place: Rome Edition", il film procede bene, salendo gradualmente di intensità man mano che accadono fatti nella vita di Jep.

Unico neo: sconsigliate poltrone troppo comode. I 150 minuti di girato potevano essere tagliuzzati tranquillamente entro le due ore, ma alla fin fine non sono esageratamente estenuanti.

lunedì 27 maggio 2013

Relatività



Schegge scure, di un cielo notturno, cadono intorno a me. Sento il loro cadere a terra e fracassarsi in mille pezzi, infinitesimali, microscopici.

Le vedo per un istante crollare intorno a me, come lampi scuri che ingannano la vista. Un rumore di fondo in una visione colorata, sì, ma stinta, smunta.

Continuo a camminare tra le schegge impazzite, il volto non tradisce alcuna espressione, costantemente impegnato ad avanzare, un passo alla volta, lo sguardo fisso in avanti.

Ho paura di girarmi, di vedere che la strada che ho percorso non c'è più, o sta scomparendo dietro di me, o, peggio, è ancora lì come se niente fosse. Ho il timore di soffermarmi a guardare una di quelle schegge: se lo faccio - mi balenò in mente il pensiero - sarò risucchiato in una di esse. Un infinitesimale buco nero, un portale al di fuori del tempo e dello spazio.

-Non pensi che sarebbe una via di fuga da tutto questo? - mi chiese

-Non lo so. Certo è che sarebbe quella facile. E io non mi fido delle cose facili.

sabato 2 marzo 2013

Luce, infanzia e insetti

- "No, a mamma! Mettilo a posto."

La voce, inconfondibile, di mia madre mi fa sgranare gli occhi. Davanti a me una scatola colorata, un caleidoscopio di colori che non riesco a decifrare. Le mie mani, piccole come quelle di un bambino, che la mantengono sospesa per aria. Alzo lo sguardo, davanti a me ci sono enormi scaffali bianchi, colmi di giocattoli colorati, di tutti i tipi e di ogni dimensione.

Con la coda dell'occhio mi sembra di vedere mio fratello, anch'egli poco più che bambino: tuttavia, ogni volta che mi volto verso di lui non c'è, rimane sempre ai bordi del mio campo visivo. Vedo invece, in modo chiaro, le gambe di mia madre e mio padre: mia madre con un vestito blu, con decorazioni floreali; mio padre con i suoi pantaloni grigi.

- "Metti a posto quella scatola, non sono cose tue!"

Cerco di parlare, ma non ci riesco: vorrei dire loro, per quanto la mia età lo permette, che non ho preso quella scatola perché la volessi, ero solo curioso dei colori, ero curioso di capire cosa fosse. Non la voglio davvero. Allora cerco di incontrare il loro sguardo, per capire se sono arrabbiati o meno. Ma sono alti, infinitamente alti. Alzo lo sguardo più su per quanto mi sia possibile, ma al di sopra del collo vedo solo una luce bianca, fortissima: cerco di mettere a fuoco la vista, per poterne notare almeno i lineamenti del viso, ma più mi sforzo più gli occhi strabuzzano, la vista si tinge di bianco, finché non vedo altro che bianco tutto intorno.

Mi riprendo sul sedile posteriore di un'auto. I miei sono alla guida, stavolta ne distinguo i contorni. Parlano tra loro, a voce bassa, indecifrabile. Forse non vogliono svegliarmi. Mi tiro su e guardo fuori dal finestrino, poco sopra il mio naso: ci sono colline verdi tutto intorno, con delle spruzzate di case in lontananza. E' un paesaggio familiare, anche se non riesco a ricordare il perché.

D'improvviso sento mia madre lanciare un urlo dalla paura e girarsi verso di me con lo sguardo preoccupato: una farfalla è entrata in auto, dal suo finestrino semi-aperto, e sta svolazzando nell'abitacolo. Ne seguo il volo, paralizzato, con la bocca aperta. Sento mia madre urlare "Chiudila! Chiudi la bocca!", e mio padre, che guida ora con fare nervoso, dirmi "Non aver paura! Rimani tranquillo, solo chiudi la bocca!". Ci provo, ma non riesco a muovermi.

Seguo con lo sguardo la farfalla, tra l'incuriosito e il terrorizzato. Dopo qualche altro giro per l'abitacolo, questa decide di posarsi placidamente nella mia bocca, sulla mia lingua. Mia madre con uno scatto la scaccia via dal suo nido improvvisato, e la schiaccia con un giornale arrotolato. Assisto alla scena immobile, ancora paralizzato, ma avverto nitidamente una cosa estranea sulla lingua: un pezzo d'ala della farfalla si è conficcato sulla mia lingua.

Mia madre inizia a disperarsi, dicendo che devo andare immediatamente al pronto soccorso, in quanto velenosa. Mio padre non dice nulla, preferendo concentrarsi sulla guida, e accelera l'auto.

lunedì 10 dicembre 2012

Il tocco

Era lì. Il mio cellulare, o, meglio, i suoi pezzi: disposti ordinatamente, in fila, dal più piccolo al più grande, come una sorta di quadro astratto.

Continuavo a fissarli, cercando di capire come potesse essere accaduto, quando in realtà lo sapevo bene. E' che la mente rifiutava ancora ciò che era successo, pur dopo aver visto e rivisto mentalmente la sequenza: il cellulare suona. Sfioro il cellulare. Questo si smonta istantaneamente, scomparendo in un battito di ciglia, e al suo posto sul tavolo lì vicino appaiono i suoi pezzi. Tutti. Ordinati.

"Non è possibile - mi dico - avrò preso un abbaglio". Così, per dar seguito a quella versione che mi convincevo a scegliere, decido di riprovare. Afferro la penna che fa capolino dalla tazza vicino l'angolo. E, con meno stupore della volta precedente, appena le mie dita la sfiorano, questa svanisce e, istantaneamente, sul tavolo compaiono i pezzi che la compongono, ordinati in modo fin troppo preciso.

Rido, tra il nervosismo e l'assurdità della cosa, mentre vedo i due puzzle improvvisati sul tavolo. Mi ritrovo a pensare cos'altro potrei "smontare": l'orologio appeso al muro, quel vecchio stereo, il mio letto. Quando di colpo mi sovviene un pensiero agghiacciante:

"Cosa succederebbe se toccassi ... una persona?"

Qualcuno, evidentemente, decide di rispondermi. Una voce di donna, con tono gentile ma deciso.

"Ogni oggetto, inanimato o meno, è composto da più parti: il loro collaborare insieme, in armonia, è un atto d'amore. Tu facendo così, con il tuo gesto, anche se involontario, scegli di rinunciare a quell'amore, perché vuoi cercare di comprenderlo, analizzandolo fin nelle sue parti più piccole."

domenica 4 novembre 2012

Librerie, sogni e affini

Avete presente una di quelle giornate dove ogni sinapsi del proprio sistema nervoso sembra orientata solo a passare in rassegna, catalogare e dissezionare ogni cosa sbagliata accaduta nella propria vita? Una di quelle giornate dove ogni stimolo viene interpretato dalla propria testa e dal proprio subconscio come utile solo a ricordare tutto ciò di sbagliato che ha contribuito a portarti fino a quel momento: una frase di troppo, un gesto sgarbato, una cosa non fatta. Non sto parlando della trappola fine a sé stessa dei "forse", dei "se", e di tutte quelle condizioni ipotetiche che sono spesso solo un fardello tanto pesante quanto internamente vuoto: parlo di pura e semplice analisi meticolosa e dettagliata (perché la memoria sa quando lasciarti appeso e quando invece si ricorda anche i dettagli più minuziosi) di tutte le situazioni passate dove, nonostante la buona fede, la sincerità d'animo e altri sentimenti positivi, l'esito non è stato quello voluto, o quantomeno sperato.

Comunque, in una giornata del genere mi trovai davanti ad una libreria. Era un megastore, di quelli come se ne vedono in giro, che sembrano tutto fuorché una libreria tradizionale: colori patinati, musica di sottofondo, espositori pieni di libri. Non ce l'ho con i posti così, anzi, ma mi danno sempre un retrogusto di "conoscenza offerta un tanto al chilo". Non so perché.
Decisi che, in fondo, vista la situazione, l'amarezza recondita era una tassa accettabile da pagare, così entrai per fare un giro. La speranza non poi così nascosta era che le copertine variopinte di libri, gli autori più noti suddivisi per genere, e i classici in ordine alfabetico per autore avrebbero dato tregua al flusso nefasto che continuava la sua opera nella mia mente.

Una volta entrato camminai senza direzione, lentamente, affidandomi all'istinto. Quando arrivai a destinazione, o almeno a quella che sentivo come tale, mi colpirono due cose: la prima era un ragazzo, dall'aria tesa, con l'orecchio incollato ad un telefonino. Andava avanti e indietro, ogni tanto cercava di parlare, ma l'interlocutore doveva avere molte più cose da dirgli, in quanto lo interrompeva di continuo, e tutto quello che ne usciva erano solo monosillabi di un discorso: "Eh, ma...", "No, non...", "Quando...", "Invece...". La sua voce non aveva un volume troppo elevato, o almeno non ancora, e il monologo non offriva spunti d'interesse, così potei venir interamente colpito - metaforicamente - dall'altra cosa.

I libri. Non credo che possa capitare, almeno non conosco nessuno cui sia capitato. Tutti i libri esposti in quella zona li avevo letti, nel giro delle ultime settimane: quelli letti d'un fiato, quelli lasciati e poi ripresi, altri lasciati del tutto ma con la consapevolezza (fasulla?) che ci saremmo reincontrati prima o poi, ché lasciare un libro incompleto è un delitto. "Come tutto il resto", si fece risentire per un attimo il flusso nefasto di pensieri che si era appena intrufolato nel mio stupore.

Incuriosito da questa cosa, e per far tacere nuovamente la vocina nella mia testa, i miei passi ripresero lentamente, guardando gli scaffali con nuova attenzione. Il ragazzo, ora più lontano, era sempre a telefono, sempre alle prese con il suo tentativo di esprimersi in qualcosa di diverso da monosillabi o preposizioni.

Intanto, ad ogni passo la situazione dei libri non cambiava: romanzi, saggi, piccoli, gialli, leggeri, seri, comici, rilegati, fantascientifici, economici, grandi. Erano tutti lì. Era come se qualcuno avesse annotato le mie letture nel corso degli ultimi mesi e l'avesse ritenuto tanto valido, o tanto curioso, da decidere di esporlo per vedere a chi altro potesse interessare. Dato che gli astanti al momento erano in due, io e il monologhista incompleto, non credo che l'idea abbia avuto molto successo. "In fondo, è un pò consolante" - pensai - senza sapere bene da dove venisse la consolazione della cosa.

Avanzai con ancora più curiosità, per vedere l'elenco dei libri fin dove arrivasse e, con mio stupore, copriva una distanza temporale maggiore di quanto la mia memoria ricordasse. Convinto che gli scaffali avessero una memoria migliore della mia, esitando per qualche istante, presi un libro tra quelli del genere "libri che secondo gli scaffali dovrei aver letto ma che non ricordo". Sfogliandolo, ammetto che non trovai quello che mi aspettavo.

Non so se fui più stupito del trovarlo interamente bianco, o del fatto che non era l'unico esemplare con questa caratteristica di quel "genere" da me brevettato poco prima. Feci il percorso a ritroso, pensando in fondo fosse normale il loro anonimato testuale, visto che non ricordavo di averli letti. Arrivai davanti ai libri più "recenti", credo di qualche mese fa. "Questi me li ricordo", pensai convintamente, "devono essere scritti". Invece no. Erano tutti completamente bianchi. Come se lo stesso addetto, magari dopo aver provato a leggere la stessa sequenza di libri, avesse deciso che potevano essere (ri-)scritti meglio, e, aspettando l'ispirazione, avesse deciso di tenerli lì.

Decisi a quel punto di andare a vedere se, anche nelle altre sezioni, la situazione fosse la stessa. Passai dove prima c'era il ragazzo, che doveva essere sparito mentre io mi giostravo tra libri bianchi.

Fu in quel momento che il mio cellulare si mise a squillare.