martedì 1 novembre 2016

Giudizi (semi-)universali

Il problema dello star fermi, o, meglio, del "sentirsi" fermi, è che più uno avverte questa sensazione, più sente il peso delle scelte fatte. Giuste o sbagliate che siano, ognuna di loro ha un peso specifico sul proprio "sé", sulla propria anima.

Forse perché non si ha nulla di urgente da fare - men che meno si ha la volontà di far qualcosa, in quei momenti la mente pondera cosa fare tra innumerevoli possibilità, e, intuitivamente, ripercorre all'indietro le ultime esperienze, alla ricerca dell'ispirazione, o, quantomeno, di una scadenza.
E' in questo momento che, più o meno inconsciamente - forse figlio di una volontà recondita di rassicurazioni o meno, la mente tiene un bilancio man mano che le ultime vicissitudini passano in rassegna: "Quella frase me la potevo risparmiare", "Ho fatto bene a lasciare quell'ultimo dolcetto", "Dovevo comprare quel libro in vetrina appena l'avevo notato l'altra volta".

Tutte frasi di per sé innocue, ma che, man mano che vengono riascoltate e annotate, peseranno sul proprio io in un bilancio insoddisfacente, anche se positivo.


lunedì 13 gennaio 2014

La scelta dei cinque

C'era una scelta da fare.

Non era una scelta piacevole, ma oramai non c'erano più scuse per rimandarla.

La Razionalità si mosse per prima. Prese dei fogli di carta, un paio di penne, una calcolatrice e si mise all'opera. Non era una scelta semplice, lo sapeva. "Ma con pazienza e logica - disse tra sé e sé - posso venirne a capo". Inizio a disegnare diagrammi, matrici, formule e grafici dettagliati, che misuravano - o almeno provavano a farlo - i pro e contro di ogni possibile situazione, opportunamente soppesati secondo un rapporto di utilità e sconvenienza.

L'Istinto guardò la Razionalità e pensò che era un modo di procedere forse giusto, ma decisamente troppo lungo, non c'era neppure un'idea di partenza. Così chiuse gli occhi, si sedette a gambe incrociate, e si mise a meditare su come procedere, aspettando che l'ispirazione gli desse dei suggerimenti.

Sotto al tavolo dove stava lavorando la Razionalità, si era rannicchiata da un po' la Paura. Era tutta tremante, la sua fronte era una collezione di gocce fredde, e, col cuore a mille, si guardava intorno nervosamente, con aria molto preoccupata. Non ne voleva sapere di scegliere, almeno in quel momento: non si sentiva pronta e, pertanto, era paralizzata dal prendere una decisione, giusta o sbagliata che fosse. Ma non era più possibile procrastinare la scelta, lo sapeva. E più ci si raccapezzava, o almeno ci provava, a suo modo, più aumentava il panico.

Subito dopo fu il turno della Pigrizia: risvegliata dai mormorii della Paura, dallo sbatter dei denti della Paura e dal ticchettio della calcolatrice della Razionalità, constatò la situazione. Capì cosa stava accadendo, era il momento di scegliere; e a suo modo lo fece: con la sua flemma usuale, si girò dall'altra parte e riprese a dormire.

Tutto andò avanti così per un po' di tempo. Finché la Rabbia, stanca a suo dire "di tutto quel girare a vuoto" davanti ai suoi occhi, decise di occuparsi della scelta da fare. La Paura, forse subodorando quanto sarebbe accaduto, corse immediatamente fuori da sotto il tavolo, a rannicchiarsi in un angolo della stanza, in posizione fetale, e si coprì gli occhi sperando che qualsiasi cosa fosse accaduta di lì a poco, sarebbe avvenuta rapidamente. Senza troppo pensare, la Rabbia ribaltò il tavolo della Razionalità, facendo cadere a terra tutti i fogli coi suoi calcoli. Subito dopo guardò l'Istinto, che cercava di non farsi distrarre, per non perdere la concentrazione: gli diede una spinta, poi un'altra e un'altra ancora, finché l'Istinto non si ribaltò a terra. Infine, si lanciò contro la Pigrizia, nuovamente risvegliata dal frastuono di poco prima, costringendola ad alzarsi.

E fu così che la scelta venne fatta.

mercoledì 16 ottobre 2013

de Amore: liberi pensieri, detti (poco) comuni ed elucubrazioni fine a sé stesse in un libero post



Non so molto dell'amore.

Lo so, è una espressione banale. Ma è la verità. Ne so quanto ne hanno trattato diversi autori nel corso dei secoli, sapientemente riassunti e commercializzati da una nota casa dolciaria. Ne so quanto mi hanno insegnato anni di film, telefilm, cartoni animati di rapporti sentimentali "coi problemi" (E' quasi magia, Johnny! ce l'ho proprio con te). Ne so quanto ho potuto raccogliere da vari racconti e testimonianze indirette e (fugacemente) dirette. Quindi non ne so molto.

Quel poco che ne so, poi, conferma il fatto che non ci sia molto da sapere. Il problema, volendolo affrontare empiricamente, è che si cerca di dare connotazione razionale ad un qualcosa che non ha connotazione razionale. Non completamente almeno: ormoni, feromoni, chimica, dna, giù giù fino a trascendere in espressioni come vite passate, anima gemella, ecc. Così come altre definizioni usate per aiutare a comprenderlo: voler bene a qualcuno, prendersi cura di qualcuno, voler stare con qualcuno, non rendono completamente l'idea in maniera assoluta, proprio perché è un "oggetto" sfuggente a qualsiasi definizione.

Quando penso che definizione darei alla parola "amore", uno dei ricordi più vividi è di un monologo. Anni fa, in epoca pre-internet, ero davanti alla tivù, su Rai Due. C'era uno spettacolo in seconda serata: protagonista un divano, con su due persone famose che parlavano a ruota libera, o almeno era quello che il programma prometteva, per una ventina di minuti. Ogni puntata un paio di coppie, non rivelate fino alla messa in onda (ricordo: epoca pre-internet). Il divertimento era vedere come interagivano tra loro persone appartenenti a mondi diversi, per esperienze, crescita e anche credo religioso. Un cantante pop e uno scrittore potevano mettersi a parlare di cucina, e scoprire cose in comune, in una specie di divertissement cazzaro a poco prezzo. Ma mi sto dilungando.

Una sera, in uno di questi sketch c'era Rocco Papaleo. Ben lontano dai fasti (?) sanremesi e dall'umorismo finto-caserma che lo ha contraddistinto di recente. Non ricordo chi fosse l'altra persona, forse non era importante. Quello che ricordo è di cosa si parlava: di amore.

(Disclaimer: non ho una memoria eidetica, pertanto quello che segue è una libera reinterpretazione, con, innegabilmente, diversa farina del mio sacco.)

"Io amo le donne", esordì Papaleo. "Al di là di facili battute, le amo. Hanno le voci un po' più dolci degli uomini, o più buffe. Sono morbide da abbracciare. Sono rassicuranti, sono incoraggianti: sono capaci di farci e disfarci con la loro sola silenziosa presenza."

"Però, a volte si dice che siano loro il problema. In realtà dopo tutti questi anni, solo di recente ho capito che il problema spesso non sono loro: molto spesso è il modo con cui ci rapportiamo a loro. Il modo con cui proviamo a reagire alla loro presenza. Non è un modo unico di sbagliare, ognuno sbaglia come più gli aggrada."

"Io, ad esempio, quando mi piace qualcuna non riesco a nasconderlo. So di persone, presunti "esperti" della materia, che inorridirebbero o mi prenderebbero in giro per questa cosa. Probabilmente direbbero che è un difetto, e forse lo è: non puoi sempre giocare a carte scoperte, specie se il gioco non ne prevede. Ma quando mi innamoro di qualcuna è un piccolo evento nella mia vita: e voglio festeggiare questo piccolo evento. Voglio condividere il benessere che l'innamoramento mi porta, voglio esternarlo, soprattutto a chi mi sta vicino. Vorrei poter dire "Eccola lì, la felicità! Guardate, non arrendetevi! La, o, meglio, UNA felicità, è lì, vicino; troppo vicino perché forse sia raccoglibile da tutti. Ma è lì, silenziosa. Come una donna, per l'appunto."

"Il punto è che questa gioia acquisita, seppur effimera, è facilmente malvista, è giudicata inopportuna. Quasi con fastidio. Molto spesso, poi, dalla stessa persona che, magari inconsapevolmente, ci ha donato così tanto. La chiarezza che si raggiunge può essere devastante, quanto è liberatoria e, purtroppo, solitaria. La volta che mi sono dichiarato, alla mia attuale moglie, ancora me la ricordo. E lei, quando la racconta a qualche amica, ride come la prima volta. Ma non è una risata di scherno, affatto: è la risata di chi capisce e prova lo stesso, una risata di comprensione."

"Scusami - le dissi - se non posso fare a meno di osservarti quando ti vedo attraversare la strada per raggiungermi. Scusami se quando non ci sei, non faccio altro che pensare a te, e a come tutto sarebbe bello, come tutto funzionerebbe, se tu fossi qui. Scusami se ti metto in imbarazzo, perché quando sento la tua voce, quando sento la tua risata, è come se mi stessero cullando. Scusami, non posso farci nulla: finirei per snaturare ciò che provo per te, nascondendolo o, peggio, appiattendolo. Ti amo, e non posso farci nulla. Ti amo."

Applauso a scena aperta.

domenica 1 settembre 2013

Il corridoio

Ero in un corridoio bianco, di un bianco che a fissarlo dopo un po' faceva quasi male agli occhi, come se fosse un unico neon ininterrotto. Ricordo che il corridoio sembrava estendersi all'infinito, e, per quanto lo sguardo si spingesse in avanti, sembrava non finire mai. Un'altra caratteristica che ricordo era il silenzio: sentivo solo i miei passi e nient'altro; provai a parlare, ma non sentivo la mia voce, o anche solo una eco. Solo i miei passi. Neppure un ronzio, neppure un qualcosa che mi aiutasse a capire, se non dove fossi, quanto tempo ci sarei dovuto rimanere.

Dopo alcuni minuti lì, immobile, la vista si era adattata alla luce, al che decisi di incamminarmi, per esplorare il posto. Nello spostarmi notai che ai lati del corridoio c'erano come delle rientranze, a forma di porte. Anche queste, inutile dirlo, pressocché infinite: non mi sarebbero bastate 2 o 3 vite per controllarle tutte.

Mi ero avvicinato ad una di queste "porte", quando dall'altro lato sentiì delle voci. Non riuscivo a distinguere cosa dicessero, una voce sembrava femminile; qualcosa, tuttavia, mi diceva che erano voci familiari. Nel toccare la porta, il materiale luminoso che la formava si ritrasse, e scomparve.

Dall'altra parte mi si era palesata davanti una scena tenera: un bambino che parlava con una donna, molto più grande di lui. Il bambino aveva in mano qualcosa, un giocattolo. Stavano parlando, in modo calmo. Anzi, lei parlava molto, lui ascoltava e ogni tanto sembrava chiederle qualcosa. Non riuscivo a sentire cosa dicessero, ma sembrava che lei gli stesse spiegando come funzionasse il giocattolo. Quest'ultimo colpì la mia attenzione: "Curioso, - pensai - assomiglia molto ad uno simile che avevo da piccolo". Guardando meglio la donna, notai che anche lei aveva un'aria familiare. "Assomiglia molto a mia madre da giovan...". Non finiì la frase, non ne avevo più bisogno.

Stavo guardando me stesso in un flashback.

Appena realizzata la cosa, la scena si fermò, e le luci si spensero, come se avessi spento un televisore. Feci un passo indietro, e il materiale luminoso richiuse la porta alle mie spalle. Mi avvicinai ad un'altra "porta", ed ecco un'altra scena: stavolta mi riconobbi, ero a qualche anno di distanza dall'ultima scena; con me c'era mia nonna, a guardare la televisione. In un'altra scena ero a scuola, e parlavo con una compagna di banco, mentre scrivevamo qualcosa. Per un po' la cosa andò avanti così: mi avvicinavo ad una porta, vedevo la scena, mi allontanavo, la porta si richiudeva, facevo qualche passo avanti lungo il corridoio, e si ricominciava. In ogni scena c'ero sempre io, in vari momenti della mia vita, e con me c'erano sempre altre persone, di sesso femminile: compagne di scuola, ragazze di cui ero innamorato, parenti, ex-fidanzate, amiche, e così via.

Mi ero fatto un'idea di cosa fosse quel posto: poteva essere una rappresentazione della mia mente, se non della mia memoria. Eppure c'erano particolari che non ricordavo, fino al momento prima di riconoscerlo. Un po' come quando un ricordo non è "vivo" in sé nella propria testa, ma lo diventa quando associato ad una sensazione che lo fa scatenare. Altro particolare da non sottovalutare: ogni volta ero sempre con una compagnia femminile. Qualsiasi cosa volesse significare.

Appena ebbi finito di raccogliere le idee, una (solita?) voce fuori campo disse:
"Puoi continuare a guardare i tuoi ricordi finché vuoi, a scandagliarli fino al più piccolo dettaglio. Ma devi accettare che non c'è sempre un modo giusto in assoluto di comportarsi. E' ora di lasciarti andare."

martedì 6 agosto 2013

Pacific Rim: un film con un'anima.

In una sola immagine, quello che penso di questo film e di Attack on Titan


- Pronto?
- Pronto, parlo con Michael Bay?
- Sì, chi è?
- Salve, la chiamo a nome della Legendary Pictures. L'abbiamo contattata perché abbiamo un soggetto su cui vorremmo fare un film, e lei ci sembra la persona adatta.
- Mi dica...
- Bene, vorremmo fare un film dedicato ai cartoni animati giapponesi con i robottoni, ha presente? Tipo Goldrake, Mazinga...
- Mmm...capisco. Beh, decisamente vi siete rivolti alla persona giusta, me lo lasci dire. Ho fatto così tanta esperienza con i Transformer che...
- Ecco, sì, ma noi volevamo fare qualcosa che non sembrasse "Transformer senza i transformer". Volevamo un film spettacolare, sì, ma che comunque fosse qualcosa di più che un semplice mezzuccio per far vendere giocattoli...
- Ah. Certo, mi rendo conto. Un film più impegnato, più serio. Come Transformer 3.
- Ehm...sì, diciamo. Lo studio vorrebbe sentire un po' come immagina certe scene. Le racconto la trama così può capire il contesto: da una faglia aperta nell'oceano escono dei mostri giganti. L'umanità si riunisce e costruisce dei robot per combatterli, e all'inizio...
- Sì sì, ho capito benissimo. Come le dicevo, oramai sono pratico di film con i robottoni. Anzi, potrei dire che sono il massimo esperto: Spielberg ha diretto solo quello della boxe tra robot che, mi lasci dire, era ridicolo. Come si fa un film con i robot senza neppure una esplosione? Andiamo!
- ...sì. Mi descriva qualche scena, le spiace?
- Ecco, io immagino una inquadratura di una città, la più vicina alla faglia da cui escono i mostri. Persone che camminano, auto, mi segue? Poi all'improvviso BOOM! Esplodono i vetri dai palazzi! BOOM! Alcune auto per strada si ribaltano! La gente è spaventata, è naturale. Guardano tutti verso l'alto...BOOM! Un aereo di linea cade su un grattacielo - così c'è anche il momento drammatico che ricorda il 9/11, e i critici sono contenti. Poi si vede il mostro: una cosa enorme, mastodontica, che non entra in una inquadratura. Si muove con una lentezza incredibile, prende un'auto e la scaraventa contro un ponte dove sta passando un treno...BOOM!
- Ehm, sì, capisco. Ma i personagg...
- E poi BOOM! Il mostro ribalta altre auto e si avvicina ad una bambina che è rimasta lì. La bambina lo fissa terrorizzata, il mostro sembra stia per schiacciarla...attimi di suspense...e poi BOOM! Arriva un robot gigante degli Americani, pilotato dal protagonista che ribalta il mostro contro un palazzo. BOOM! Il palazzo crolla! La lotta va avanti...i due mostri si scrutano l'un l'altro...e poi si affrontano! L'onda d'urto degli impatti fa volare via diverse macchine che esplodono! BOOM! BOOM!
- Sì, senta....
- E poi BOOM! Ancora...
- Signor Bay?
- BOOM!
- SIGNOR BAY?
- Sì, scusi. Ero in pieno vortice creativo. Mi dica?
- Guardi, temo che il film come ce lo sta descrivendo non sia come gli studios se lo immaginavano. Mi spiace, ma credo che non se ne farà nulla. Mi spiace per il tempo che le abbiamo impegnato.
- Spiace più a me: tutto questo materiale me lo terrò per Transformers 4. Peggio per voi, avete buttato una potenziale miniera d'oro! *click*

...

- Pronto?
- Il signor Guillermo Del Toro?
- Sì?
- Salve. La chiamo per conto della Legendary Pictures. Avremmo la sceneggiatura per un film, e vorremmo sottoporgliela per sapere se è interessato.
- Capisco. Di cosa tratta?
- Vorremmo fare un film che richiami le atmosfere della produzione orientale d'animazione su robot giganti.
- Mi ricorda dei cartoni che vedevo tempo addietro...Mazinga, Goldrake...
- Sì, è esattamente questo che immaginavamo. Guardi, le racconto la trama, così può farsene un'idea: da una faglia aperta nell'oceano escono dei mostri giganti. L'umanità si riunisce e costruisce dei robot per combatterli, e all'inizio sembra funzionare. Ma naturalmente non tutto è quello che sembra...
- Certo, certo. Però, pensavo, il tutto andrebbe attualizzato. Non è che possiamo riproporre il materiale già esistente, rielaborato giusto per nostalgia. Potremmo prendere ispirazione da prodotti più recenti che hanno già approfondito alcune questioni, tipo Evangelion. E poi il dualismo uomo-macchina, i rapporti tra persone unite da una lotta impari. E poi ci sarebbe il discorso della scienza, sia per come spinge gli esseri umani a ottenere e lavorare con mezzi per fermare una minaccia, sia per come cerca di studiare questi alieni, questi mostri o quel che siano...c'è davvero molto di cui parlare.
- Molto bene, mi sembra affine alla visione degli studios.
- Però devo confessarle che non ho mai diretto finora un film di questo genere. Se accetterò vorrò avere un po' di libertà creativa, per poterne fare una mia visione di quel mondo.
- Non so, dovrei parlarne con gli studios...mi può fare un esempio?
- Beh, come le ho già detto non vorrei farne solo un film "di robottoni che lottano". Sono d'accordo che è un film di cassetta estivo, e capisco le esigenze degli studios, ma voglio che, ad esempio, i personaggi non siano troppo piatti, che siano sì riconoscibili, ma non bidimensionali.
- ...capisco. Poi?
- Poi vorrei che ci fossero momenti di paura. Sia per i più piccini che per i grandi. E non paura alla Tim Burton, "oh guardate, i mostri non sono cattivi". I miei mostri lo saranno, cattivi. E faranno paura.
- Preso nota. Altro?
- Ah sì, vorrei che Ron Pearlman avesse una parte. Non sarebbe un film "mio" altrimenti.
- Capito. Vedrò cosa diranno gli studios, ma non penso ci saranno troppe obiezioni.
- Bene. Sono lieto che ci sia sintonia tra la mia visione e quella degli studios.

...

- Senta...
- Sì, signor Del Toro?
- Mi tolga una curiosità: non sono la prima persona cui avete pensato come regista, sbaglio?
- Non dovrei dirglielo...ma avevamo pensato ad un altro candidato. Che magari avesse già confidenza su film con robot giganti. Sa, il budget imponente, il peso che gli studios vogliono dare al film...
- E che è successo? Ha rifiutato?
- Diciamo che aveva vedute diverse dagli studios sullo stile del film.
- Capisco. E' un problema se ne terrò conto durante la lavorazione di alcune scene?
- Non credo.
- Molto bene. Accetto la proposta. Grazie per l'opportunità, a presto! *click*

giovedì 13 giugno 2013

Le fiere

Il corridoio buio scorreva rapido dietro di me. Con esso le luci del neon che ritmicamente si spostavano sopra di me, illuminandomi il viso sconvolto. L'unica colonna sonora era il rumore dei miei passi, il mio respiro affannoso mentre cercavo un nascondiglio. No, meglio, una via di fuga.

Ecco il corridoio terminare, allargarsi, e rivelare un parcheggio sotterraneo. Cercai subito delle chiavi in tasca, invano. Così decisi di forzare un auto e provare a metterla in moto. Ormai non avevo null'altro in mente se non la fuga.

D'un tratto tre figure si posero davanti a me. Erano ad una tale distanza che, data la scarsa illuminazione, non riuscivo a distinguerne altro che i contorni: una sagoma enorme e minacciosa; un'altra minuta e sfuggente; e, infine, una terza femminilmente inconfondibile. Rimasi in silenzio, non so se più per timore o per lasciare facessero loro la prima mossa, in modo da studiare la situazione.

- "Sappiamo perché fuggi", disse l'ombra femminile
- "E' inutile", disse quella mastodontica
- "Conviene che ti fermi e ci ascolti", disse l'ombra esile

Eccolo, il momento: milioni di anni di evoluzione ristretti in pochi millesimi di secondo. Fight or flight? Combattere o fuggire? L'istinto scelse la seconda: maggioranza numerica schiacciante e conoscenza zero dell'avversario.

Con un balzo l'ombra mastodontica bloccò il mio tentativo di fuga, parandosi davanti a me. Se ripenso al momento, riesco ancora a sentire il pavimento tremare sotto i miei piedi, appena toccò terra. I suoi occhi mi fissarono per qualche secondo, poi lo sentiì dire

- "Sono la sicurezza di sé stessi, quella che non avrai mai: un fisico possente che incute timore e rispetto..."

Approfittai dell'attimo di pausa e cambiai direzione di fuga. Una fiammata mi bloccò.

- "...e la capacità di lasciarmi andare, usando la mia rabbia in modo costruttivo."

Mentre diceva queste parole entrai nella prima porta che trovai e lasciai la belva fuori. Ero in un bagno, piuttosto decrepito. Le pareti erano pulite, ma così troppo da risultare quasi nauseanti. La luce era intermittente, data da una lampadina in procinto di spegnersi del tutto, che però emetteva un ronzio in tema con l'ambiente. Mi avvicinai al lavabo e mi gettai un po' d'acqua in faccia.

- "Certo, non che un po' d'acqua possa far miracoli", disse una voce vicino a me.

Mi girai di scatto, ma non c'era nessuno con me. Riguardai lo specchio: ecco l'ombra esile, dall'altra parte dello specchio:

- "Sono la libertà che non potrai mai assaporare: riesco a spostarmi da uno specchio all'altro, in modo da poter andare dove voglio con una facilità disarmante."

Caddi all'indietro, e indietreggiai in preda al panico. Non sapevo più se ciò che era davanti a me era reale o meno. Come fosse liquida, l'ombra uscì dallo specchio, e si ricompose davanti a me. Ora era meno sfuggente, anzi, sembrava di vedere la mia stessa sagoma. Guardandomi mi disse:

- "Posso modificare il mio aspetto, mescolarmi tra la gente, integrarmi facilmente, essere uno di loro. Chiunque loro siano."

La lampadina decise che era il momento adatto per spegnersi del tutto. Raggiunsi l'uscita senza voltarmi indietro, ed entrai nella prima macchina che vidi. Ero chino sotto il volante, cercando di metterla in moto alla men peggio, quando una voce femminile disse:

- "Fai sempre così: devi sempre incaponirti a capire come funziona tutto, non accetti le cose per ciò che sono."

Bloccato mi girai verso il sedile passeggero: l'ombra femminea era lì, che mi fissava, divertita. Mi sentivo come un topo che si trovasse d'improvviso un gatto davanti. Si avvicinò a me, lentamente. Senza opporre alcuna resistenza, mi lasciai mordere un labbro. Dopodiché, con la voce più suadente mai sentita, mi sussurrò all'orecchio:

- "Sono tutto ciò che desideri e che non avrai mai, se continui a scappare: la fiducia verso l'altro da sé stessi, al di fuori dalle amicizie e dagli affetti familiari. La passione. L'amore. Il desiderio."

Aprii di scatto la portiera della macchina. La sua risata mi inseguiva mentre correvo senza una meta precisa.

domenica 9 giugno 2013

La grande bellezza - Una recensione

- Pronto?
- Pronto Toni? Sono Paolo.
- We Paolo, ciao. Che dici?
- Tutto a posto. Senti un fatto, sto preparando il mio nuovo film...
- Ma che è, n'altra cosa scritta con Sciòn Penn che vuole fare l'impegnato?
- No no. Questa non contiene manco nazisti, figurati.
- Ma dove la giri?
- Qua a Roma. Prevalentemente di notte. Con molte opere d'arte.
- Ah, capito. Bello!
- ...e senti, stavo pensando a te come protagonista.
- Ah, mi fa piacere. E chi dovrei interpretare?
- Uno scrittore che ha scritto un solo romanzo, di successo, e che ora fa il giornalista.
- Ma ha qualche tratto particolare?
- Dice molte frasi fatte, però meno irritanti e brutte di quelle di Sciòn Penn.
- Eh, meno male. Ma poi nulla più?
- No vabbè. Basta che fai il Toni Servillo, va benissimo così.
- Senti, e chi altro ci sta?
- Ah, guarda, qua abbiamo fatto le cose in grande: siccome è un film su Roma, abbiamo chiamato diversi attori romani che fanno varie comparsate, più qualche "intruso". Così il pubblico si diverte a fare "Uh, guarda, ci sta coso!", e alleggerisce il peso del film.
- Ho capito, ho capito. Senti, per me si può fare.

L'espressione del sommo Toni Servillo non è direttamente correlata col giudizio sul film
(fonte immagine: http://www.labottegadihamlin.it)


A due anni di distanza da "This Must Be the Place", sulla cui pretestuosità e sulla cui genesi ha sapientemente scritto il Saggio Andrea, Sorrentino ci riprova con più sostanza e con meno forma finto-pomposa per darsi un tono impegnato. Non che il film non voglia esserlo o non lo sia, ma stavolta la somma delle parti che lo compongono è quantomeno all'altezza delle singole parti.

Il risultato è un film "alla Sorrentino", che risente sì della non-narratività del film precedente, ma che stavolta ha quantomeno un senso, un filo conduttore che conduce lo spettatore lungo il film; filo conduttore che fa il verso alla Dolce Vita - e non può non farlo - quantomeno senza mai evocarla troppo esplicitamente.

Servillo fa Servillo. Il che, considerato che è uno dei migliori - se non il miglior - attore italiano in circolazione, è un pregio. Il suo Jep Gambardella potrebbe pure non dire le frasette fatte per "farle ricordare alla gente", in quanto risulta ben più espressivo con le smorfie e le espressioni di Toni.

Rimane l'effetto shock dei primi minuti, con una specie di "Indovina chi?" giocato sugli attori che fanno una comparsata, che in pratica riempie TUTTI i primi 20-30 minuti lenti e inesorabili del film. Superato il timore di essere davanti ad un "This must be the place: Rome Edition", il film procede bene, salendo gradualmente di intensità man mano che accadono fatti nella vita di Jep.

Unico neo: sconsigliate poltrone troppo comode. I 150 minuti di girato potevano essere tagliuzzati tranquillamente entro le due ore, ma alla fin fine non sono esageratamente estenuanti.

lunedì 27 maggio 2013

Relatività



Schegge scure, di un cielo notturno, cadono intorno a me. Sento il loro cadere a terra e fracassarsi in mille pezzi, infinitesimali, microscopici.

Le vedo per un istante crollare intorno a me, come lampi scuri che ingannano la vista. Un rumore di fondo in una visione colorata, sì, ma stinta, smunta.

Continuo a camminare tra le schegge impazzite, il volto non tradisce alcuna espressione, costantemente impegnato ad avanzare, un passo alla volta, lo sguardo fisso in avanti.

Ho paura di girarmi, di vedere che la strada che ho percorso non c'è più, o sta scomparendo dietro di me, o, peggio, è ancora lì come se niente fosse. Ho il timore di soffermarmi a guardare una di quelle schegge: se lo faccio - mi balenò in mente il pensiero - sarò risucchiato in una di esse. Un infinitesimale buco nero, un portale al di fuori del tempo e dello spazio.

-Non pensi che sarebbe una via di fuga da tutto questo? - mi chiese

-Non lo so. Certo è che sarebbe quella facile. E io non mi fido delle cose facili.

sabato 2 marzo 2013

Luce, infanzia e insetti

- "No, a mamma! Mettilo a posto."

La voce, inconfondibile, di mia madre mi fa sgranare gli occhi. Davanti a me una scatola colorata, un caleidoscopio di colori che non riesco a decifrare. Le mie mani, piccole come quelle di un bambino, che la mantengono sospesa per aria. Alzo lo sguardo, davanti a me ci sono enormi scaffali bianchi, colmi di giocattoli colorati, di tutti i tipi e di ogni dimensione.

Con la coda dell'occhio mi sembra di vedere mio fratello, anch'egli poco più che bambino: tuttavia, ogni volta che mi volto verso di lui non c'è, rimane sempre ai bordi del mio campo visivo. Vedo invece, in modo chiaro, le gambe di mia madre e mio padre: mia madre con un vestito blu, con decorazioni floreali; mio padre con i suoi pantaloni grigi.

- "Metti a posto quella scatola, non sono cose tue!"

Cerco di parlare, ma non ci riesco: vorrei dire loro, per quanto la mia età lo permette, che non ho preso quella scatola perché la volessi, ero solo curioso dei colori, ero curioso di capire cosa fosse. Non la voglio davvero. Allora cerco di incontrare il loro sguardo, per capire se sono arrabbiati o meno. Ma sono alti, infinitamente alti. Alzo lo sguardo più su per quanto mi sia possibile, ma al di sopra del collo vedo solo una luce bianca, fortissima: cerco di mettere a fuoco la vista, per poterne notare almeno i lineamenti del viso, ma più mi sforzo più gli occhi strabuzzano, la vista si tinge di bianco, finché non vedo altro che bianco tutto intorno.

Mi riprendo sul sedile posteriore di un'auto. I miei sono alla guida, stavolta ne distinguo i contorni. Parlano tra loro, a voce bassa, indecifrabile. Forse non vogliono svegliarmi. Mi tiro su e guardo fuori dal finestrino, poco sopra il mio naso: ci sono colline verdi tutto intorno, con delle spruzzate di case in lontananza. E' un paesaggio familiare, anche se non riesco a ricordare il perché.

D'improvviso sento mia madre lanciare un urlo dalla paura e girarsi verso di me con lo sguardo preoccupato: una farfalla è entrata in auto, dal suo finestrino semi-aperto, e sta svolazzando nell'abitacolo. Ne seguo il volo, paralizzato, con la bocca aperta. Sento mia madre urlare "Chiudila! Chiudi la bocca!", e mio padre, che guida ora con fare nervoso, dirmi "Non aver paura! Rimani tranquillo, solo chiudi la bocca!". Ci provo, ma non riesco a muovermi.

Seguo con lo sguardo la farfalla, tra l'incuriosito e il terrorizzato. Dopo qualche altro giro per l'abitacolo, questa decide di posarsi placidamente nella mia bocca, sulla mia lingua. Mia madre con uno scatto la scaccia via dal suo nido improvvisato, e la schiaccia con un giornale arrotolato. Assisto alla scena immobile, ancora paralizzato, ma avverto nitidamente una cosa estranea sulla lingua: un pezzo d'ala della farfalla si è conficcato sulla mia lingua.

Mia madre inizia a disperarsi, dicendo che devo andare immediatamente al pronto soccorso, in quanto velenosa. Mio padre non dice nulla, preferendo concentrarsi sulla guida, e accelera l'auto.

lunedì 10 dicembre 2012

Il tocco

Era lì. Il mio cellulare, o, meglio, i suoi pezzi: disposti ordinatamente, in fila, dal più piccolo al più grande, come una sorta di quadro astratto.

Continuavo a fissarli, cercando di capire come potesse essere accaduto, quando in realtà lo sapevo bene. E' che la mente rifiutava ancora ciò che era successo, pur dopo aver visto e rivisto mentalmente la sequenza: il cellulare suona. Sfioro il cellulare. Questo si smonta istantaneamente, scomparendo in un battito di ciglia, e al suo posto sul tavolo lì vicino appaiono i suoi pezzi. Tutti. Ordinati.

"Non è possibile - mi dico - avrò preso un abbaglio". Così, per dar seguito a quella versione che mi convincevo a scegliere, decido di riprovare. Afferro la penna che fa capolino dalla tazza vicino l'angolo. E, con meno stupore della volta precedente, appena le mie dita la sfiorano, questa svanisce e, istantaneamente, sul tavolo compaiono i pezzi che la compongono, ordinati in modo fin troppo preciso.

Rido, tra il nervosismo e l'assurdità della cosa, mentre vedo i due puzzle improvvisati sul tavolo. Mi ritrovo a pensare cos'altro potrei "smontare": l'orologio appeso al muro, quel vecchio stereo, il mio letto. Quando di colpo mi sovviene un pensiero agghiacciante:

"Cosa succederebbe se toccassi ... una persona?"

Qualcuno, evidentemente, decide di rispondermi. Una voce di donna, con tono gentile ma deciso.

"Ogni oggetto, inanimato o meno, è composto da più parti: il loro collaborare insieme, in armonia, è un atto d'amore. Tu facendo così, con il tuo gesto, anche se involontario, scegli di rinunciare a quell'amore, perché vuoi cercare di comprenderlo, analizzandolo fin nelle sue parti più piccole."

domenica 4 novembre 2012

Librerie, sogni e affini

Avete presente una di quelle giornate dove ogni sinapsi del proprio sistema nervoso sembra orientata solo a passare in rassegna, catalogare e dissezionare ogni cosa sbagliata accaduta nella propria vita? Una di quelle giornate dove ogni stimolo viene interpretato dalla propria testa e dal proprio subconscio come utile solo a ricordare tutto ciò di sbagliato che ha contribuito a portarti fino a quel momento: una frase di troppo, un gesto sgarbato, una cosa non fatta. Non sto parlando della trappola fine a sé stessa dei "forse", dei "se", e di tutte quelle condizioni ipotetiche che sono spesso solo un fardello tanto pesante quanto internamente vuoto: parlo di pura e semplice analisi meticolosa e dettagliata (perché la memoria sa quando lasciarti appeso e quando invece si ricorda anche i dettagli più minuziosi) di tutte le situazioni passate dove, nonostante la buona fede, la sincerità d'animo e altri sentimenti positivi, l'esito non è stato quello voluto, o quantomeno sperato.

Comunque, in una giornata del genere mi trovai davanti ad una libreria. Era un megastore, di quelli come se ne vedono in giro, che sembrano tutto fuorché una libreria tradizionale: colori patinati, musica di sottofondo, espositori pieni di libri. Non ce l'ho con i posti così, anzi, ma mi danno sempre un retrogusto di "conoscenza offerta un tanto al chilo". Non so perché.
Decisi che, in fondo, vista la situazione, l'amarezza recondita era una tassa accettabile da pagare, così entrai per fare un giro. La speranza non poi così nascosta era che le copertine variopinte di libri, gli autori più noti suddivisi per genere, e i classici in ordine alfabetico per autore avrebbero dato tregua al flusso nefasto che continuava la sua opera nella mia mente.

Una volta entrato camminai senza direzione, lentamente, affidandomi all'istinto. Quando arrivai a destinazione, o almeno a quella che sentivo come tale, mi colpirono due cose: la prima era un ragazzo, dall'aria tesa, con l'orecchio incollato ad un telefonino. Andava avanti e indietro, ogni tanto cercava di parlare, ma l'interlocutore doveva avere molte più cose da dirgli, in quanto lo interrompeva di continuo, e tutto quello che ne usciva erano solo monosillabi di un discorso: "Eh, ma...", "No, non...", "Quando...", "Invece...". La sua voce non aveva un volume troppo elevato, o almeno non ancora, e il monologo non offriva spunti d'interesse, così potei venir interamente colpito - metaforicamente - dall'altra cosa.

I libri. Non credo che possa capitare, almeno non conosco nessuno cui sia capitato. Tutti i libri esposti in quella zona li avevo letti, nel giro delle ultime settimane: quelli letti d'un fiato, quelli lasciati e poi ripresi, altri lasciati del tutto ma con la consapevolezza (fasulla?) che ci saremmo reincontrati prima o poi, ché lasciare un libro incompleto è un delitto. "Come tutto il resto", si fece risentire per un attimo il flusso nefasto di pensieri che si era appena intrufolato nel mio stupore.

Incuriosito da questa cosa, e per far tacere nuovamente la vocina nella mia testa, i miei passi ripresero lentamente, guardando gli scaffali con nuova attenzione. Il ragazzo, ora più lontano, era sempre a telefono, sempre alle prese con il suo tentativo di esprimersi in qualcosa di diverso da monosillabi o preposizioni.

Intanto, ad ogni passo la situazione dei libri non cambiava: romanzi, saggi, piccoli, gialli, leggeri, seri, comici, rilegati, fantascientifici, economici, grandi. Erano tutti lì. Era come se qualcuno avesse annotato le mie letture nel corso degli ultimi mesi e l'avesse ritenuto tanto valido, o tanto curioso, da decidere di esporlo per vedere a chi altro potesse interessare. Dato che gli astanti al momento erano in due, io e il monologhista incompleto, non credo che l'idea abbia avuto molto successo. "In fondo, è un pò consolante" - pensai - senza sapere bene da dove venisse la consolazione della cosa.

Avanzai con ancora più curiosità, per vedere l'elenco dei libri fin dove arrivasse e, con mio stupore, copriva una distanza temporale maggiore di quanto la mia memoria ricordasse. Convinto che gli scaffali avessero una memoria migliore della mia, esitando per qualche istante, presi un libro tra quelli del genere "libri che secondo gli scaffali dovrei aver letto ma che non ricordo". Sfogliandolo, ammetto che non trovai quello che mi aspettavo.

Non so se fui più stupito del trovarlo interamente bianco, o del fatto che non era l'unico esemplare con questa caratteristica di quel "genere" da me brevettato poco prima. Feci il percorso a ritroso, pensando in fondo fosse normale il loro anonimato testuale, visto che non ricordavo di averli letti. Arrivai davanti ai libri più "recenti", credo di qualche mese fa. "Questi me li ricordo", pensai convintamente, "devono essere scritti". Invece no. Erano tutti completamente bianchi. Come se lo stesso addetto, magari dopo aver provato a leggere la stessa sequenza di libri, avesse deciso che potevano essere (ri-)scritti meglio, e, aspettando l'ispirazione, avesse deciso di tenerli lì.

Decisi a quel punto di andare a vedere se, anche nelle altre sezioni, la situazione fosse la stessa. Passai dove prima c'era il ragazzo, che doveva essere sparito mentre io mi giostravo tra libri bianchi.

Fu in quel momento che il mio cellulare si mise a squillare.

giovedì 30 agosto 2012

Il Cavaliere Oscuro - Il Ritorno: La Recensione

Il meraviglioserrimo Little League, di Yale Stewart. Qui le altre strisce.

Preludio: guida alla lettura estemporanea

Citando un altro (ottimo) film di Nolan, "Un'idea. Resistente, altamente contagiosa. Una volta che un'idea si è impossessata del cervello è quasi impossibile sradicarla. Un'idea pienamente formata, pienamente compresa si avvinghia, qui da qualche parte."

Questa reviù più o meno estesa parte più da alcune idee radicatesi alla fine della visione della trilogia, nonché dell'ennesimo film Nolaniano e, per il bene del fegato degli eventuali lettori, sarà il più possibile spoiler-free. Non garantisco sui film precedenti della trilogia, ma in questo caso la responsabilità è del lettore che si è perso alcuni tra i più bei film di-supereroi-ma-non-di-supereroi degli ultimi anni.

Atto 1: I Nolan ne sanno di cinema. E di illusionismo.

In tutti i loro film il loro motto sembra sia "Sorprendi lo spettatore": per tutto il film siamo portati a pensare che le cose vadano in una certa maniera, disseminando indizi e prove. Ma, poi, c'è immancabile il ribaltamento di tutte le convinzioni maturate fino a quel momento, con tanto di amorevole sberleffo nello spettatore che pensava di "aver già capito tutto", in quanto Christopher-regista-e-sceneggiatore e Johnathan-sceneggiatore avevano anche mostrato dei particolari per quest'altra via. Solo che li avevano fatti passare per curiosità a margine della trama principale, dettagli di poco conto. Anche qui, sebbene la conoscenza del materiale di partenza (vedi alla voce "fumetti. tanti, tanti fumetti") possa minare alla base questo concetto, il motto rimane più che valido.

Atto 2: L'evoluzione del pipistrello e il casting dei "cattivi" (ovvero, "Io credo nei Nolan Bros.", parte 1)

I momenti di panico-paura - non solo miei - agli albori del film erano dovuti in parte alla scelta del villain principale. Bane non è un cattivo semplice da gestire già nei fumetti, figuriamoci in una mega produzione hollywoodiana dove tutti - casa cinematografica, fan del film, fan del fumetto, fan di Batman - sono pronti con forconi e torce in attesa del passo falso. Passo falso di cui abbiamo una diapositiva:

Ciao, sono uno dei bat-cattivi più significativi della bat-storia di Batman. Davvero.


Tuttavia, una volta riaccese le luci in sala, la scelta non solo si rivela assolutamente sensata, ma anche eseguita impeccabilmente, nonostante il doppiaggio italiano (vd. più sotto). Anzi, è la conclusione ideale del bat-percorso del Nolanverso: nel primo film la figura dell'antagonista era basato su "chi è" Batman, in quanto neo-eroe che deve affermarsi e trovare la sua "identità"; nel secondo, l'antagonista è incentrato sull'opposizione a ciò che Batman rappresenta pienamente (non per nulla, Joker dichiara in più occasioni di essere "un agente del caos", in netto contrasto con l' "ordine" rappresentato da Batman); in questo - che peraltro è estremamente politico, checché Nolan smentisca - l'antagonista è una visione distorta ed esasperata di ciò che Batman rappresenta(va), come a colmare il vuoto lasciato.

Atto 3: cat-fight! (ovvero, "Io credo nei Nolan Bros.", parte 2)

Un altro momento di panico-paura agli albori della lavorazione era rappresentato dalla scelta di casting per interpretare Selina Kyle, alias Catwoman: Anne Hathaway e i suoi dolci occhioni da fidanzatina che non vedi l'ora di presentare ai tuoi.

E il suo bel sorrisone. Che fa pendant con gli occhioni.
Nulla in contrario, ma, dopo varie interpretazioni del personaggio, Selina Kyle uno è abituato ad immaginarsela così



Halle Berry chi?
Quindi in sostanza la scelta di Annina non sembrava quella più adatta per il personaggio, non solo per il fisique du role, ma anche per far risultare credibili le battute scritte per lei. E invece. Non solo il personaggio viene sviluppato in modo interessante, ma, anzi, alla fine quelle che sembravano le sue "debolezze" sulla carta vengono sfruttate in funzione del personaggio. Per intenderci, non è la Miao-chelle Pfeiffer aggressiva di Burton, semplicemente perché non ne ha bisogno, sa tenere la scena e gigioneggiare come Julie Newmar, e tirare mazzate in modo convincente come quella "originale" dei fumetti.

Atto 4: la maledizione delle trilogie

Esclusi alcuni titoli (Ritorno al Futuro, Indiana Jones, ...) di solito il terzo film di una saga è soggetto ad una sorta di "maledizione", detta anche del "e mò che cavolo mostriamo?": generalmente nel primo vengono presentati i personaggi, nel secondo lo schema del primo film viene ripetuto ed esagerato q.b. ...e nel terzo? Come conciliare un commiato dal tuo pubblico con una storia che suoni anzitutto solida, non pretestuosa e "giusta", ossia che non faccia sentire il bisogno di un altro capitolo, magari stanco, probabilmente raffazzonato, che svuoti quanto quella saga significhi per te?

E' lei, professor Jones?


Ora, riportate i dubbi di cui sopra al caso specifico, dopo un ottimo bat-rilancio quale è Batman Begins, e dopo uno dei film più belli in assoluto (e lo ribadisco, nel caso qualche miscredente lo classifichi come "film di gente in costume": uno. dei. film. più. belli. in. assoluto.) quale è Il Cavaliere Oscuro: trama solida eT intricata, degna di un noir; suspense sempre alta (credo di aver chiuso le palpebre solo 4-5 volte in tutto il film); ottimo cast; etc.

Ricordo che, in risposta a dubbi su film di Nolan, la risposta è "Io credo nei Nolan Bros."

Questo film, il terzo, è per me leggermente superiore al Cavaliere Oscuro.

L'ho detto.

Lo supera perché ha il coraggio che altri terzi atti non hanno: quello di osare. Vuoi perché è quello conclusivo, Nolan non teme di mostrare ed usare scelte narrative "dure", di usarle a suo vantaggio (e a svantaggio dei "buoni") correndo il rischio di attirarsi parte della folla inferocita di cui sopra dopo pochi fotogrammi. Il tutto per trasmettere una sensazione da "tutto può accadere". E, tu spettatore, grazie anche al modo in cui è raccontata la storia, ci credi: perché - altro tema ricorrente dei Nolan - il tutto è reso nel modo più realistico e credibile possibile. Se nei loro film viene richiesto il "salto di fede", questo è sempre accompagnato da una spiegazione più o meno razionale, o scientifica.

Lo supera perché nonostante rasenti alcuni potenziali cliché, mette la freccia a destra e li supera senza troppi problemi. Lasciandoti un senso di stupore misto a soddisfazione. E al tutto aggiunge la libertà allo spettatore di interpretare, secondo il suo sentire il film, i temi trattati.

Ghost Track: ma i doppiatori, quanto prendevano in geografia?

Ora, prima di sentirmi l'effetto Mollica addosso (per il quale anche un cinepanettone è un buon prodotto di cinema. E questo PRIMA che la stampa si rimangiasse anni di crociate contro un genere inutile e mostrasse motivazioni sociologiche sul successo di quei film, ma non divaghiamo), va detta una cosa, sacrosanta, e non inerente solo a questo film.

La scuola italiana di doppiaggio, nata sotto Mussolini (se ben ricordo sì, grazie Wikipedia), è sempre stata un fiore all'occhiello. L'adattamento dei testi (vedi alla voce "le canzoni dei vecchi film Disney"), le voci così diverse eppure così riconoscibili (vedi alla voce "Ferruccio Amendola"), tutta questa tradizione viene, da anni, in ogni settore artistico (videoludo compreso, dove in pratica tutti i personaggi vengono ormai doppiati da badanti ucraini/e) ripetutamente presa, gettata nel fango e tenuta a testa in giù per troppo tempo.

Come si spiegherebbe altrimenti un personaggio che dovrebbe essere russo, parlare con una specie di accento brasiliano/genovese? E Bane stesso risultare come un Darth Vader sotto anfetamine? E sì che c'erano state polemiche anche sulla voce originale, ma, una volta sentita quella doppiata, pensi che in fondo non sei così snob nell'usufruire di prodotti americo-inglesi in lingua originale.

Atto Bonus: e il futuro?

Non si sanno quali saranno i piani per il bat-franchise. Si parla di un reboot - scelta sensata - subito dopo un film sulla Justice League (con persone, visto che animati e ottimi ce ne sono già) - scelta coraggiosa - in una sorta di "Progetto Vendicatori" ma al rovescio.

"Perché dovremmo aver bisogno di un grido di battaglia?"


Una cosa è certa: spero la Warner abbia ben chiaro che non c'è altro da aggiungere a questi tre film.
A parte, forse, questo.

sabato 14 aprile 2012

Tre remake fantascienzi che NON s'han da fare

Da un pò di tempo a questa parte, Hollywood è a corto di idee. O, per meglio dire, ha meno voglia di rischiare (il gombloddo delle banche pluto giudaico massoniche, sicuramente), preferendo riproporre vecchi franchise di successo: qualche anno fa c'è stata l'epopea dei remake/reboot degli horror degli anni 80, con i loro "cattivi" divenuti leggenda...

Lo Zio Freddie

...re-interpretati da attori che sono già leggenda...


...e altri che già in origine erano "meh"...

"Salve, sono qui per tagliare la fornitura di gas."

...e lo sono rimasti.

Ora, questo può avere senso -almeno razionalmente- alla luce di notevoli innovazioni nel campo degli effetti speciali. Ma se il tutto si riduce ad una fotografia più pulita (senza raggiungere comunque le vette di un Nolan di questi) o al 3D (di cui è già stato ampiamente dibattuto qui eoni fa), il tutto suona come un indifendibile "mungere gli odierni 30-40 enni sull'onda dei ricordi, e i gggiovani che si sparano pose da conoscitori del cinema di quegli anni".

Superato il genere horror, si diceva, ora è la volta della fantascienza. MA (e qui si inizia ad aver paura), il tutto segue alcuni template prefissati che, almeno in teoria, fanno capo al cinema di successo degli ultimi anni: "più dark", "più realistico", "più umano".

Vedremo di seguito tre remake, di cui uno in uscita, altri 2 in lavorazione. Partiamo dal meno peggio, che guarda caso, è anche l'unico in uscita.



QUELLO sguardo. Il film è BELLO già dalla locandina.


Atto di Forza - Total Recall (Paul Verhoeven, 1990)

Se qualcuno non avesse visto il film con Governator, è pregato di interrompere qui la lettura. Non per spoiler o altro, ma perché chi non ha visto non può capire quanto segue.

Per chi lo ha già (ri)visto, il succo è questo: ha senso barattare le INTENSE espressioni di Governator, gli effetti speciali che oggi verrebbero definiti "camp" ma onestamente molto meglio di certa CGI venuta anni dopo (senza scomodare Spawn, basta anche solo Scontro tra Titani di qualche anno fa...roba che Ray Harryhausen sta ancora ridendo), e scene iconiche* come questa, in cambio della modernità, consistente in: maggiore pulizia, maggiore realismo degli ambienti e "maggiore fedeltà al romanzo" (?!). La risposta non può che essere un "No, grazie. Magari è anche ben fatto, eh, ma non si scherza con i sentimenti".

(* la prostituta tri-popputa c'è ancora. Hanno fatto una dichiarazione APPOSTA per rassicurare i fan. Sono soddisfazioni.)

NB. Se ne parlava anche qui e qui




"Serve the public trust. Protect the innocent. Uphold the law."


RoboCop (Paul Verhoeven, 1987)

E ora iniziamo con le note dolenti...

Poteva essere interessante riprendere un nome che grazie ai sequel (il 2 si salva in quanto VIOLENTO, cosa da dire sempre; il 3, mettiamola così, è in pratica lo scarto del 2*) è stato sputtanato come non si poteva. Pochi cazzi: nel momento stesso in cui il regista ti viene a dire che il suo RoboCop sarà PIU' UMANO, facendo tutto un panegirico su una scena che già andava benissimo così com'era, capisci che non ce n'è. Non ce ne potrà mai essere. Come vedere una che magari ti piace masticare svogliatamente una gomma con la bocca perennemente aperta (true story). Il rumore di vetri infranti che segue è assolutamente naturale.

(* RoboCop 2 -che è VIOLENTO- e RoboCop 3 per il buon Frank Miller erano un'unica immensa sceneggiatura. Che poi i produttori hanno deciso di tagliuzzare e fare due film separati in quanto "impossibile da filmare". La versione integrale concepita da Frank Miller è su fumetto, ed è VIOLENTA quanto il 2)

Ho già detto che è VIOLENTA? No, per ribadire il concetto.

NB. Una cosa finora non emersa, ma che è assolutamente fondamentale, è che poi Verhoeven rimane un GENIO quando si tratta di fare satira sociale.



And now, the last but not the least but the last (cit.)...


Corto Circuito (John Badham, 1985)

Per chi ha avuto il coraggio di arrivare fin qui, bravi. Avete la mia stima.

Il film originale, da quel che ricordi oltre alla locandina sulla VHS ritagliata dal TV Sorrisi e Canzoni, era un bel racconto in salsa sci-fi. Potresti quasi dire una specie di RoboCop "per bambini". Che, infatti, ha prodotto un sequel ancora più "per criaturi", ma che ricordi comunque piacevolmente.


Giuri.

Ordunque, arriva la notizia di questo remake, come un fulmine a ciel sereno. E la notizia ti ha lasciato per svariati minuti -nei quali hai riletto l'articolo senza crederci- così più o meno

Rigiuri.

Poi, qualche settimana dopo, hai letto QUESTA dichiarazione del regista, Tim Hill (autore di pregevoli pellicole che lo candidano a pieno titolo a dirigere questo remake quali Alvin Superstar e Hop. Sì, non è un errore, ha proprio diretto Alvin Superstar e Hop):
"Sono tentato di rifarmi al passato e prendere direttamente l'originale. Ma penso che debba essere più vicino a quelle che sono le moderne concezioni in materia di design. Ci sono programmi informatici e laboratori che si preoccupano di dare vita a macchine come queste... Si tratta di riuscire a trovare il giusto bilanciamento fra il lato minaccioso e quello rassicurante. Il vecchio Johnny 5 era carino, ma nessuno era spaventato da lui."


La tua reazione. E presumibilmente quella di chiunque altro.

...e hai compreso che è tutto finito. Che la tua infanzia cinefila sta perdendo un altro pezzo, inghiottito dal Nulla che avanza (cit.) incessantemente.

Che hanno DAVVERO intenzione di rovinare quelli che sono i primi ricordi cinefili non solo tuoi, ma di una intera generazione.


L'orrore. L'ORRORE!

martedì 10 aprile 2012

Capita



Capita che ti ritrovi appoggiato al vetro della finestra, senza un motivo apparente. Come a voler vedere fuori che si dice, se il mondo per come lo conosci c'è ancora. "C'è, che tu lo voglia o meno". Appoggi prima un dito, poi l'altro, poi pian piano tutto il palmo della mano al vetro, come a volerti sincerare del fatto che ci sia "qualcosa" a separarti da fuori: lì il resto del mondo, l'altro da te; qui tu, con i tuoi pensieri, i tuoi pregi e i tuoi difetti. In mezzo, il freddo del vetro, immobile, silenzioso, a ricordarti la sua presenza.

Più tieni le dita appoggiate al vetro, più inizi a sentire il calore provenire da fuori, i raggi del sole che pian piano riscaldano le tue dita. "O forse è il contrario" subito ti rispondi, "scambio di calore tra corpi di diversa temperatura". E poi, quel calore inizia ad irradiarsi, vitale: dapprima alle gambe, poi ai piedi, e poi di nuovo alle gambe, come un formicolìo. Sembra quasi di sentire i vasi sanguigni dilatarsi, il sangue scorrere più fluidamente, in modo simile al dischiudersi dei fiori. "E' una sensazione piacevole" - senti tra le sinapsi - "ma non è quello che cerchiamo".

Ti accorgi che gli occhi iniziano a farti male. Non riescono a star dietro alla luce, non sono abituati. "Ancora un pò". Strizzi le pupille, dapprima impercettibilmente, poi sempre più intensamente, fino a che gli occhi non sembrano solo due tratti neri. La luce raggiunge la faccia, ora sei completamente irradiato.

Le sinapsi sono mute.

domenica 20 novembre 2011

Sogni e dintorni

Mi è sempre piaciuto pensare che i sogni abbiano un significato. Sarà perché non mi piace pensare che quelle 7-8 ore (quando va bene) siano davvero "inutilizzate". Sarà perché i sogni che faccio di solito sono così "particolari" che devono averne uno. Le nozioni spicciole che ricordo di psicologia relativa ai sogni dicono che il significato dei sogni è da ricercare in ciò che rappresentano i figmenti di cose e persone in quel momento nel sogno, e magari rapportarlo a ciò che si vive nel presente.

Un esempio classico sono gli studenti che, prima o dopo l'esame di maturità, sognano di doverlo (ri)fare. Non è il mio caso specifico: quello vero è andato così bene com'è, che evidentemente il mio subconscio non ritiene di doverlo rivisitare. Invece, ho sognato di dover sostenere un esame universtiario nel mio vecchio liceo, ben dopo laureato; come nei classici del genere, ovviamente ero in ritardo, ovviamente non trovavo l'aula (almeno ero vestito). Tutto ciò perché nei sogni nulla è realmente fisso: i volti delle persone, ad esempio, cambiano ogni volta che distogliamo lo sguardo; le scritte passano da caratteri sfocati come dall'oculista (per chi non ci è mai andato, è come provare a leggere un quotidiano in penombra dopo alcune pinte di Sangrìa), a simboli che cambiano ogni volta che li guardiamo, a seconda di quello che il subconscio, in qualità di regista e sceneggiatore, detta.

Mi chiedo come tutta questa teoria possa inserirsi nel sognare di vedere film non ancora usciti, tipo - caso più eclatante - il seguito de "I Simpson - Il Film", o un nuovo film d'azione con Tom Cruise (il nuovo Mission Impossible?). Per la cronaca, quello dei Simpson mi è piaciuto: molto meglio del primo, autori più impegnati nel progetto e con maggiore licenza "di osare" rispetto al primo che doveva piacere ad una platea più vasta possibile (ne parlavamo qui). O perché in periodi della mia vita i miei sogni siano stati popolati da gatti. Ogni volta che sognavo, nel mio sogno c'era inevitabilmente un gatto (niente donne-gatto), che mi seguiva, mi accompagnava per strada, mi stava vicino in casa, col suo carico di significati (libertà e/o sessualità, sempre se ben ricordo).

Invece ho meno problemi nell'interpretare un altro grande "classico", che è quello della fuga: andare in qualche posto (ma senza sapere precisamente il perché, solo che "devo andare il prima possibile") o fuggire da qualcuno o qualcosa di imprecisato. Questo di solito è sintomo di voler "fuggire" da un problema nella vita reale. Non ho idea del problema corrispondente nella vita reale, ma in un paio di casi ero nella condizione in cui tutto quello che toccavo diventava di carta, letteralmente, collassando al suolo come un castello di carte. E non solo ciò che toccavo con le mani, bensì anche con i piedi: il tempo di guardare il pavimento su cui poggiavo che lo vedevo diventare di carta, e, nel giro di qualche secondo, iniziare a collassare verso l' "epicentro" della caduta, tirandosi appresso il resto delle cose trasformate in carta, che man mano creava la mia presenza. Esco di casa, faccio le scale: ogni gradino diventa fatto di carta, e cade giù. La strada, di carta, cade nelle fogne sottostanti e si rovina tutta. Le auto parcheggiate, il tettuccio di carta collassa nell'abitacolo di carta che, a sua volta, collassa sulla strada, di carta, e cade giù. E' curioso sia rimasto sveglio così a lungo da arrivare giù al palazzo, per strada.

Di quel sogno, fatto nella "notte dei tempi" - e che, senza sorprese, è uno di quelli che ricordo tuttora in modo nitido - mi ha sempre colpito un particolare: l'assenza di persone.

sabato 2 luglio 2011

Camminando

Metto un piede davanti l'altro. Con cuore e mente aperta. Cercando di non pensare a niente, concentrandomi solo sui miei passi. Abbasso lo sguardo per facilitarmi il compito. Il marciapiede è uno di quelli vecchi, fatti di lastroni di pietra incastonati uno con l'altro. Non è un'unica colata di asfalto, né una distesa di sanpietrini, sassolini levigati ognuno in modo diverso tutti immersi in un mare statico di cemento. Questi lastroni sono sì levigati dal tempo, dall'usura, ma sembrano tutti uguali tra loro. Nessun tratto distintivo che ti permetta di capire dov'eri prima e dove sei ora.

Metto un piede davanti all'altro. Continuo a guardarli, i miei piedi, avvolti dai calzini a loro volta avvolti dalle scarpe; di quelle comode ma al tempo stesso che invogliano a camminare, ad essere usate. Ricordo che quando ero piccolo, camminando su lastroni simili a questi, o forse proprio questi, per gioco calibravo i passi cercando di star sempre esattamente dentro un lastrone. Come su una immensa scacchiera, muovendomi casella dopo casella. Un pezzo degli scacchi, nella più grande partita che mi troverò a giocare.

Metto un piede davanti l'altro. Come se fosse di nuovo la prima volta. Come se stessi imparando nuovamente a camminare. Stavolta senza le urla festose di genitori per il primo passo verso la crescita del loro pargolo. Ad ogni passo è un incedere di motorini sferraglianti sotto il sole, di vociare proveniente dai negozi, di vento che si muove tra rami secchi di alberi che sono lì chissà da quanto tempo.

Metto un piede davanti l'altro. Ricordi anche che, prima di voler essere una pedina, camminando volgevi lo sguardo in alto e tutto attorno: ricordi palazzi di vari colori, manifesti strappati, una oasi di verde circondata da pietre bianche, panni stesi fuori ad alcuni balconi danzare al vento. Uno spettacolo sicuramente più variopinto di quello offerto da una lastra monocolore praticamente infinita di nero, intervallata dai due tocchi di colore delle tue scarpe, o da qualche cartaccia per terra. Cosa è cambiato?

Il punto forse è che all'inizio tutti, camminando, si guardano in alto e attorno a sé stessi: forse per rendersi conto del fatto che si stanno spostando, forse perché ammirati dalla diversità multicolore rispetto alle mura di casa. Poi le prime cadute, pian piano, e il dolore susseguente ci spingono a guardare prevalentemente verso il basso. Per vedere dove stiamo poggiando i piedi, se è una superficie sufficientemente solida per sostenerci, per avere i piedi ben saldi, se ci sono ostacoli.

Forse è anche per questo che si dice che non conta tanto la destinazione, quanto il viaggio in sé.

domenica 30 gennaio 2011

Un sabato sera e la teoria delle probabilità (con buona pace di Murphy)

Purtroppo, o per fortuna, è giunta l'ora di un nuovo post di vita vissuta. Spinto dal peso specifico delle vicende narrate, che hanno assunto nella mia mente il livello "conoscenze utili per l'umanità". Lettore avvisato...

Capita che, diversamente dai soliti sabato sera fuori casa, di primo pomeriggio tu abbia già la serata bella organizzata: gli amici di sempre, un cinema e "Il discorso del Re", nell'annuale marcia (parallela) di avvicinamento agli Oscar. Capita invece che quando è quasi ora di prepararsi, arrivi un contrordine: pub + altri amici.

(Prima del dipanarsi degli eventi, metto agli atti che l'idea non mi dispiaceva: birra - possibilmente non la Peroni casalinga - e panino imbottito - di quelli così "tanti" che a casa non fai perché ti scocci e un pò ti vergogni di preparare - sono un connubio interessante.)

Saltando il viaggio in macchina, arriviamo al luogo d'incontro, da cui andare al pub X. Solo che scopriamo che il luogo stabilito non è il pub X, ma Y. Breve digressione su quale dei due sia meglio: in breve X batte Y per fattore parcheggio, ma Y surclassa X per vicinanza e minor numero di persone in attesa stimato a "un pò prima". Viene pertanto deciso a mani basse di andare al pub Y. Che ad occhio e croce è la stessa decisione fatta da millemila altre persone.

(Qui immagina un'ora e mezza almeno di attesa all'impiedi. Di cui almeno un'ora al freddo. Umido.)

Arriva il nostro tavolo. Anzi no, prima ci danno indicazioni su dove si trova (e qui la tua mente immagina, chissà perché, il corridoio dell'Overlook Hotel). Entriamo in una sala che sì, ricorda un pub irlandese, ma anche un pub irlandese un pò in disuso. Ci sediamo, ordiniamo. Tempo duevirgolatrenanosecondi che gli "sfizi" d'ordinanza sono già arrivati. Con temperatura prossima a "erano già lì sul bancone da qualche minuto", ma questo lo si scoprirà di lì a poco. Nel contempo, chiediamo numi delle bibite: "Arrivano". Difatti qualche attimo dopo si fanno largo sul tavolo. Solo che tutte quelle non imbottigliate sembrano provenire anch'esse dallo stesso bancone di cui sopra, vista la totale assenza di schiuma. Le rimandiamo indietro, e magicamente poco dopo tornano identiche con giusto mezzo cm di "spinamento".

(Su questo punto in quegli istanti avverrà una discussione tra uno degli astanti e il proprietario, ma la preoccupazione in quei momenti è anche un'altra...)

"Ma...i panini?" è la domanda più in voga a tavola. In effetti tardano ad arrivare da almeno mezz'ora (fuso orario del tuo stomaco). Dopo quasi un'ora e mezza (fuso orario del tuo orologio), quando matematicamente hai dimenticato il nome del panino e/o cosa conteneva, chiedi numi: le risposte vanno da "Non so, mi spiace", a "Mò vedo", salvo poi non rivedere mai più quel/la cameriere/a (l'idea più probabile è che sia sparito, partito e abbia cambiato lavoro, nome e cittadinanza. Con la tua benedizione). Dopo due ore, quando oramai il tuo stomaco ha raggiunto l'orario di chiusura, vieni a sapere da un cameriere più coscienzioso che c'erano stati problemi con gli ingredienti: capita che, per uno strano fenomeno, man mano che vengono preparati dei cibi, gli ingredienti diminuiscano e poi addirittura svaniscano del tutto (qualcuno chiami Giacobbo!). Per fortuna il "Forse dobbiamo annullare la vostra ordinazione" diventa "Ok, sono arrivati nuovi ingredienti, tutto a posto, pazientate ancora un poco" nel giro di pochi intensi minuti (nei quali già immaginavi la scena madre della marcia di protesta tua e degli altri clienti successivi verso l'uscita del pub. E, per contrappasso, anche la scena dei Nuovi Mostri). Devi aspettare qualche minuto extra per il tuo panino rispetto a quello degli altri astanti, ma non voglio fare il polemico proprio alla fine del post.

Conclusione, le leggi di Murphy avrebbero previsto tutto ciò. La teoria delle probabilità invece no, almeno non con la stessa certezza, vista l'incredibile aleatorietà (e direi anche indipendenza) delle variabili in gioco. Pertanto riassumo il risultato finale: Murphy 2 - Logica matematica 0. E tutti a casa.

sabato 8 gennaio 2011

Simulmondo already did it

Qualche giorno fa un amico mi ha spedito il trailer del primo gioco di calcio (o almeno presunto tale, visti i recenti sviluppi della serie concorrente FIFA in tal senso) per il prossimo Nintendo 3DS: Winning Eleven 3DSoccer.


Caspita che idea! Hai capito sti jappo? Telecamera alle spalle del giocatore controllato in quel momento, per sfruttare al meglio l'effetto profondità del 3D...

Però...però...mi sembra di averlo già visto. Anzi, mi sembra addirittura di averci giocato più di una volta.

Per i giocatori più stagionati, sto chiaramente parlando di QUESTO. Ah, l'italico ingegno...

giovedì 23 dicembre 2010

Il miracolo del Natale



Con l'avvicinarsi del Natale, di anno in anno avverto in maniera sempre più forte una cosa: la 'magia' del Natale è una cosa sempre più rara.

Dicesi 'miracolo di Natale' (s.m.) quella sensazione che in fondo il mondo non sia un posto poi così schifoso; che, pensandoci bene, ai vari problemi e alle varie avversità con cui bisogna fare i conti c'è sempre un rimedio; quel calore sprigionarsi attorno a dove un medico direbbe è sito il cuore, che sembra dirci che non è ancora tutto perduto, che c'è sempre speranza, che le cose possono cambiare se iniziamo a volerlo davvero, alzandoci simbolicamente e lavorando in tal senso. Questa e tante altre definizioni simili, sono sempre meno avvertite in giro, di anno in anno, man mano che si avvicina la data fatidica. Questo post non vuole essere una cosa trita e ritrita sul consumismo dilagante (nonostante la crisi), e sul vero significato del Natale che è altro dal farsi regali, etc. etc.

Il punto è un altro: come tante altre cose che la società in cui viviamo ci ha indotto a pensare, l'errore principale sta probabilmente nel fatto che diamo per scontato che a Natale il miracolo sia d'uopo, e quindi non ci si impegna più di tanto perché ciò si verifichi. Che è un pò come dare per scontato che "a Natale si è tutti più buoni". Almeno finché non iniziano le liti familiari per chi ha fatto prima ambo, o perché figli e nipoti vogliono guardare cose differenti.

Ma non è detto che le liti di cui sopra non possano essere catalizzanti per il 'miracolo'. Non esistono canoni che lo inneschino, può essere qualsiasi cosa: un 'tenero sorriso', un messaggio, la regolamentare trasmissione di "Una poltrona per due" alla televisione la sera della vigilia...

Il mio umile augurio per queste feste non può pertanto non essere quello che vi si risvegli quel circolo di canzoni natalizie, scampanellii nell'animo, voglia di lucine colorate, addobbi fluorescenti e, soprattutto, zenzero.

sabato 2 ottobre 2010

Ricetta per Inception

Prendete un quarto di The Prestige, aggiungeteci una spolverata di The Matrix (il primo, l'unico interamente degno di nota), un pizzico di varie sequenze d'azione dei film di James Bond (lo stesso Nolan ha dichiarato che questo è il "suo" spy-movie) ed otterrete Inception. Meglio ancora, poi, se mentre preparate mettete di sottofondo l'ottima musica del trailer.



E' uno di quei casi in cui il risultato finale è infinitamente superiore ai singoli ingredienti. Inception non è un film leggero, né tantomeno da vedere e seguire troppo sovrappensiero[*] (ma quale film tra quelli di Nolan non lo è? Ok, forse parte di Batman Begins): lo spettatore è immerso in 2 ore e 20 di esplorazione ed analisi onirica, è portato ad esaminare il funzionamento stesso dei sogni e del subconscio umano, con però il solito "taglio alla Nolan", ossia "tutto è reso nel modo più realistico (e visivamente pulito) possibile". Tuttavia, il film non risulta affatto noioso o pesante da seguire, anzi si lascia guardare ammaliando e catturando l'attenzione dello spettatore, ipnotizzandolo fino alla conclusione delle vicende, merito anche di una equilibrata contrapposizione tra momenti quieti e scene d'azione.

Vista la recente tendenza di Hollywood (da un pò importata anche qui) a far durare obbligatoriamente i film almeno 2 ore[**], ero un tantino preoccupato per la durata del film: invece, questa non si "accusa" né durante né dopo la visione. Anzi, dopo è molto probabile che lo spettatore sia più 'sveglio' di prima, e passi inesorabilmente le ore successive alla visione a ragionare sulle varie teorie esposte nel film. Altra ottima caratteristica dei film di Nolan.

Capitolo attori: nel complesso tutti molto bravi e molto in parte, sia i 'veterani' dei film di Nolan (Michael Caine, Cillian Murphy) che i 'nuovi' (Leonardo DiCaprio, Ellen Page, etc.). Menzione speciale per Marion Cotillard, tanto brava quanto affascinante.

Giusto un appunto: se volete andare a vederlo, ponetevi in un embargo da media e siti web ad alto rischio spoiler (cioè la maggior parte, tranne poche isole felici. E competenti). Come fatto notare anche da Mymovies, lì per lì non capireste un tubo (davvero) e finireste solo per impiantare nella vosta mente qualcosa che potrebbe invece rovinarvi l'effetto del film al momento della visione.

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[*] Quelli che chiamo "film di sottofondo", dove qualsiasi cosa tu stia facendo, presti attenzione per 2-3 minuti al film in qualsiasi momento e capisci tutto come se lo avessi seguito religiosamente. Ad esempio, tutti i film di Pieraccioni post-Ciclone (cioè il Ciclone con titolo e attrice-di-cui-il-protagonista-si-innamora diversi). I cinepanettoni invece non rientrano in questa categoria: lì se ti distrai rischi di perderti qualche rutto o qualche battuta gratuitamente volgare stra-telefonata, perdendo l'effetto catartico della pellicola di farti chiedere "com'è possibile che la gente vada al cinema ogni anno a vedersi questa cagata", e in secondo luogo di farti riflettere sulla tua condizione che ti ha portato a vedere quel film.
[**] Se un film dura tanto, vuol dire che ha tanto da dire, dunque è profondo[***] e intellettualoide, dunque "bello" per lo spettatore medio. O, in versione abbreviata, "lungo è bello".
[***] Per dire, Avatar dura quasi 3 ore. Senza scene tagliate di panorami e di Na'vi che fanno sesso tramite porta usb sulla nuca. Ma lì si parla di un altro tipo di profondità.