Il corridoio buio scorreva rapido dietro di me. Con esso le luci del neon che ritmicamente si spostavano sopra di me, illuminandomi il viso sconvolto. L'unica colonna sonora era il rumore dei miei passi, il mio respiro affannoso mentre cercavo un nascondiglio. No, meglio, una via di fuga.
Ecco il corridoio terminare, allargarsi, e rivelare un parcheggio sotterraneo. Cercai subito delle chiavi in tasca, invano. Così decisi di forzare un auto e provare a metterla in moto. Ormai non avevo null'altro in mente se non la fuga.
D'un tratto tre figure si posero davanti a me. Erano ad una tale distanza che, data la scarsa illuminazione, non riuscivo a distinguerne altro che i contorni: una sagoma enorme e minacciosa; un'altra minuta e sfuggente; e, infine, una terza femminilmente inconfondibile. Rimasi in silenzio, non so se più per timore o per lasciare facessero loro la prima mossa, in modo da studiare la situazione.
- "Sappiamo perché fuggi", disse l'ombra femminile
- "E' inutile", disse quella mastodontica
- "Conviene che ti fermi e ci ascolti", disse l'ombra esile
Eccolo, il momento: milioni di anni di evoluzione ristretti in pochi millesimi di secondo. Fight or flight? Combattere o fuggire? L'istinto scelse la seconda: maggioranza numerica schiacciante e conoscenza zero dell'avversario.
Con un balzo l'ombra mastodontica bloccò il mio tentativo di fuga, parandosi davanti a me. Se ripenso al momento, riesco ancora a sentire il pavimento tremare sotto i miei piedi, appena toccò terra. I suoi occhi mi fissarono per qualche secondo, poi lo sentiì dire
- "Sono la sicurezza di sé stessi, quella che non avrai mai: un fisico possente che incute timore e rispetto..."
Approfittai dell'attimo di pausa e cambiai direzione di fuga. Una fiammata mi bloccò.
- "...e la capacità di lasciarmi andare, usando la mia rabbia in modo costruttivo."
Mentre diceva queste parole entrai nella prima porta che trovai e lasciai la belva fuori. Ero in un bagno, piuttosto decrepito. Le pareti erano pulite, ma così troppo da risultare quasi nauseanti. La luce era intermittente, data da una lampadina in procinto di spegnersi del tutto, che però emetteva un ronzio in tema con l'ambiente. Mi avvicinai al lavabo e mi gettai un po' d'acqua in faccia.
- "Certo, non che un po' d'acqua possa far miracoli", disse una voce vicino a me.
Mi girai di scatto, ma non c'era nessuno con me. Riguardai lo specchio: ecco l'ombra esile, dall'altra parte dello specchio:
- "Sono la libertà che non potrai mai assaporare: riesco a spostarmi da uno specchio all'altro, in modo da poter andare dove voglio con una facilità disarmante."
Caddi all'indietro, e indietreggiai in preda al panico. Non sapevo più se ciò che era davanti a me era reale o meno. Come fosse liquida, l'ombra uscì dallo specchio, e si ricompose davanti a me. Ora era meno sfuggente, anzi, sembrava di vedere la mia stessa sagoma. Guardandomi mi disse:
- "Posso modificare il mio aspetto, mescolarmi tra la gente, integrarmi facilmente, essere uno di loro. Chiunque loro siano."
La lampadina decise che era il momento adatto per spegnersi del tutto. Raggiunsi l'uscita senza voltarmi indietro, ed entrai nella prima macchina che vidi. Ero chino sotto il volante, cercando di metterla in moto alla men peggio, quando una voce femminile disse:
- "Fai sempre così: devi sempre incaponirti a capire come funziona tutto, non accetti le cose per ciò che sono."
Bloccato mi girai verso il sedile passeggero: l'ombra femminea era lì, che mi fissava, divertita. Mi sentivo come un topo che si trovasse d'improvviso un gatto davanti. Si avvicinò a me, lentamente. Senza opporre alcuna resistenza, mi lasciai mordere un labbro. Dopodiché, con la voce più suadente mai sentita, mi sussurrò all'orecchio:
- "Sono tutto ciò che desideri e che non avrai mai, se continui a scappare: la fiducia verso l'altro da sé stessi, al di fuori dalle amicizie e dagli affetti familiari. La passione. L'amore. Il desiderio."
Aprii di scatto la portiera della macchina. La sua risata mi inseguiva mentre correvo senza una meta precisa.
Opinioni, idee, riflessioni, quisquilie, pinzellacchere, varie ed eventuali. Ampio parcheggio all'ingresso.
giovedì 13 giugno 2013
domenica 9 giugno 2013
La grande bellezza - Una recensione
- Pronto?
- Pronto Toni? Sono Paolo.
- We Paolo, ciao. Che dici?
- Tutto a posto. Senti un fatto, sto preparando il mio nuovo film...
- Ma che è, n'altra cosa scritta con Sciòn Penn che vuole fare l'impegnato?
- No no. Questa non contiene manco nazisti, figurati.
- Ma dove la giri?
- Qua a Roma. Prevalentemente di notte. Con molte opere d'arte.
- Ah, capito. Bello!
- ...e senti, stavo pensando a te come protagonista.
- Ah, mi fa piacere. E chi dovrei interpretare?
- Uno scrittore che ha scritto un solo romanzo, di successo, e che ora fa il giornalista.
- Ma ha qualche tratto particolare?
- Dice molte frasi fatte, però meno irritanti e brutte di quelle di Sciòn Penn.
- Eh, meno male. Ma poi nulla più?
- No vabbè. Basta che fai il Toni Servillo, va benissimo così.
- Senti, e chi altro ci sta?
- Ah, guarda, qua abbiamo fatto le cose in grande: siccome è un film su Roma, abbiamo chiamato diversi attori romani che fanno varie comparsate, più qualche "intruso". Così il pubblico si diverte a fare "Uh, guarda, ci sta coso!", e alleggerisce il peso del film.
- Ho capito, ho capito. Senti, per me si può fare.
A due anni di distanza da "This Must Be the Place", sulla cui pretestuosità e sulla cui genesi ha sapientemente scritto il Saggio Andrea, Sorrentino ci riprova con più sostanza e con meno forma finto-pomposa per darsi un tono impegnato. Non che il film non voglia esserlo o non lo sia, ma stavolta la somma delle parti che lo compongono è quantomeno all'altezza delle singole parti.
Il risultato è un film "alla Sorrentino", che risente sì della non-narratività del film precedente, ma che stavolta ha quantomeno un senso, un filo conduttore che conduce lo spettatore lungo il film; filo conduttore che fa il verso alla Dolce Vita - e non può non farlo - quantomeno senza mai evocarla troppo esplicitamente.
Servillo fa Servillo. Il che, considerato che è uno dei migliori - se non il miglior - attore italiano in circolazione, è un pregio. Il suo Jep Gambardella potrebbe pure non dire le frasette fatte per "farle ricordare alla gente", in quanto risulta ben più espressivo con le smorfie e le espressioni di Toni.
Rimane l'effetto shock dei primi minuti, con una specie di "Indovina chi?" giocato sugli attori che fanno una comparsata, che in pratica riempie TUTTI i primi 20-30 minuti lenti e inesorabili del film. Superato il timore di essere davanti ad un "This must be the place: Rome Edition", il film procede bene, salendo gradualmente di intensità man mano che accadono fatti nella vita di Jep.
Unico neo: sconsigliate poltrone troppo comode. I 150 minuti di girato potevano essere tagliuzzati tranquillamente entro le due ore, ma alla fin fine non sono esageratamente estenuanti.
- Pronto Toni? Sono Paolo.
- We Paolo, ciao. Che dici?
- Tutto a posto. Senti un fatto, sto preparando il mio nuovo film...
- Ma che è, n'altra cosa scritta con Sciòn Penn che vuole fare l'impegnato?
- No no. Questa non contiene manco nazisti, figurati.
- Ma dove la giri?
- Qua a Roma. Prevalentemente di notte. Con molte opere d'arte.
- Ah, capito. Bello!
- ...e senti, stavo pensando a te come protagonista.
- Ah, mi fa piacere. E chi dovrei interpretare?
- Uno scrittore che ha scritto un solo romanzo, di successo, e che ora fa il giornalista.
- Ma ha qualche tratto particolare?
- Dice molte frasi fatte, però meno irritanti e brutte di quelle di Sciòn Penn.
- Eh, meno male. Ma poi nulla più?
- No vabbè. Basta che fai il Toni Servillo, va benissimo così.
- Senti, e chi altro ci sta?
- Ah, guarda, qua abbiamo fatto le cose in grande: siccome è un film su Roma, abbiamo chiamato diversi attori romani che fanno varie comparsate, più qualche "intruso". Così il pubblico si diverte a fare "Uh, guarda, ci sta coso!", e alleggerisce il peso del film.
- Ho capito, ho capito. Senti, per me si può fare.
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| L'espressione del sommo Toni Servillo non è direttamente correlata col giudizio sul film (fonte immagine: http://www.labottegadihamlin.it) |
A due anni di distanza da "This Must Be the Place", sulla cui pretestuosità e sulla cui genesi ha sapientemente scritto il Saggio Andrea, Sorrentino ci riprova con più sostanza e con meno forma finto-pomposa per darsi un tono impegnato. Non che il film non voglia esserlo o non lo sia, ma stavolta la somma delle parti che lo compongono è quantomeno all'altezza delle singole parti.
Il risultato è un film "alla Sorrentino", che risente sì della non-narratività del film precedente, ma che stavolta ha quantomeno un senso, un filo conduttore che conduce lo spettatore lungo il film; filo conduttore che fa il verso alla Dolce Vita - e non può non farlo - quantomeno senza mai evocarla troppo esplicitamente.
Servillo fa Servillo. Il che, considerato che è uno dei migliori - se non il miglior - attore italiano in circolazione, è un pregio. Il suo Jep Gambardella potrebbe pure non dire le frasette fatte per "farle ricordare alla gente", in quanto risulta ben più espressivo con le smorfie e le espressioni di Toni.
Rimane l'effetto shock dei primi minuti, con una specie di "Indovina chi?" giocato sugli attori che fanno una comparsata, che in pratica riempie TUTTI i primi 20-30 minuti lenti e inesorabili del film. Superato il timore di essere davanti ad un "This must be the place: Rome Edition", il film procede bene, salendo gradualmente di intensità man mano che accadono fatti nella vita di Jep.
Unico neo: sconsigliate poltrone troppo comode. I 150 minuti di girato potevano essere tagliuzzati tranquillamente entro le due ore, ma alla fin fine non sono esageratamente estenuanti.
lunedì 27 maggio 2013
Relatività
Schegge scure, di un cielo notturno, cadono intorno a me. Sento il loro cadere a terra e fracassarsi in mille pezzi, infinitesimali, microscopici.
Le vedo per un istante crollare intorno a me, come lampi scuri che ingannano la vista. Un rumore di fondo in una visione colorata, sì, ma stinta, smunta.
Continuo a camminare tra le schegge impazzite, il volto non tradisce alcuna espressione, costantemente impegnato ad avanzare, un passo alla volta, lo sguardo fisso in avanti.
Ho paura di girarmi, di vedere che la strada che ho percorso non c'è più, o sta scomparendo dietro di me, o, peggio, è ancora lì come se niente fosse. Ho il timore di soffermarmi a guardare una di quelle schegge: se lo faccio - mi balenò in mente il pensiero - sarò risucchiato in una di esse. Un infinitesimale buco nero, un portale al di fuori del tempo e dello spazio.
-Non pensi che sarebbe una via di fuga da tutto questo? - mi chiese
-Non lo so. Certo è che sarebbe quella facile. E io non mi fido delle cose facili.
sabato 2 marzo 2013
Luce, infanzia e insetti
- "No, a mamma! Mettilo a posto."
La voce, inconfondibile, di mia madre mi fa sgranare gli occhi. Davanti a me una scatola colorata, un caleidoscopio di colori che non riesco a decifrare. Le mie mani, piccole come quelle di un bambino, che la mantengono sospesa per aria. Alzo lo sguardo, davanti a me ci sono enormi scaffali bianchi, colmi di giocattoli colorati, di tutti i tipi e di ogni dimensione.
Con la coda dell'occhio mi sembra di vedere mio fratello, anch'egli poco più che bambino: tuttavia, ogni volta che mi volto verso di lui non c'è, rimane sempre ai bordi del mio campo visivo. Vedo invece, in modo chiaro, le gambe di mia madre e mio padre: mia madre con un vestito blu, con decorazioni floreali; mio padre con i suoi pantaloni grigi.
- "Metti a posto quella scatola, non sono cose tue!"
Cerco di parlare, ma non ci riesco: vorrei dire loro, per quanto la mia età lo permette, che non ho preso quella scatola perché la volessi, ero solo curioso dei colori, ero curioso di capire cosa fosse. Non la voglio davvero. Allora cerco di incontrare il loro sguardo, per capire se sono arrabbiati o meno. Ma sono alti, infinitamente alti. Alzo lo sguardo più su per quanto mi sia possibile, ma al di sopra del collo vedo solo una luce bianca, fortissima: cerco di mettere a fuoco la vista, per poterne notare almeno i lineamenti del viso, ma più mi sforzo più gli occhi strabuzzano, la vista si tinge di bianco, finché non vedo altro che bianco tutto intorno.
Mi riprendo sul sedile posteriore di un'auto. I miei sono alla guida, stavolta ne distinguo i contorni. Parlano tra loro, a voce bassa, indecifrabile. Forse non vogliono svegliarmi. Mi tiro su e guardo fuori dal finestrino, poco sopra il mio naso: ci sono colline verdi tutto intorno, con delle spruzzate di case in lontananza. E' un paesaggio familiare, anche se non riesco a ricordare il perché.
D'improvviso sento mia madre lanciare un urlo dalla paura e girarsi verso di me con lo sguardo preoccupato: una farfalla è entrata in auto, dal suo finestrino semi-aperto, e sta svolazzando nell'abitacolo. Ne seguo il volo, paralizzato, con la bocca aperta. Sento mia madre urlare "Chiudila! Chiudi la bocca!", e mio padre, che guida ora con fare nervoso, dirmi "Non aver paura! Rimani tranquillo, solo chiudi la bocca!". Ci provo, ma non riesco a muovermi.
Seguo con lo sguardo la farfalla, tra l'incuriosito e il terrorizzato. Dopo qualche altro giro per l'abitacolo, questa decide di posarsi placidamente nella mia bocca, sulla mia lingua. Mia madre con uno scatto la scaccia via dal suo nido improvvisato, e la schiaccia con un giornale arrotolato. Assisto alla scena immobile, ancora paralizzato, ma avverto nitidamente una cosa estranea sulla lingua: un pezzo d'ala della farfalla si è conficcato sulla mia lingua.
Mia madre inizia a disperarsi, dicendo che devo andare immediatamente al pronto soccorso, in quanto velenosa. Mio padre non dice nulla, preferendo concentrarsi sulla guida, e accelera l'auto.
La voce, inconfondibile, di mia madre mi fa sgranare gli occhi. Davanti a me una scatola colorata, un caleidoscopio di colori che non riesco a decifrare. Le mie mani, piccole come quelle di un bambino, che la mantengono sospesa per aria. Alzo lo sguardo, davanti a me ci sono enormi scaffali bianchi, colmi di giocattoli colorati, di tutti i tipi e di ogni dimensione.
Con la coda dell'occhio mi sembra di vedere mio fratello, anch'egli poco più che bambino: tuttavia, ogni volta che mi volto verso di lui non c'è, rimane sempre ai bordi del mio campo visivo. Vedo invece, in modo chiaro, le gambe di mia madre e mio padre: mia madre con un vestito blu, con decorazioni floreali; mio padre con i suoi pantaloni grigi.
- "Metti a posto quella scatola, non sono cose tue!"
Cerco di parlare, ma non ci riesco: vorrei dire loro, per quanto la mia età lo permette, che non ho preso quella scatola perché la volessi, ero solo curioso dei colori, ero curioso di capire cosa fosse. Non la voglio davvero. Allora cerco di incontrare il loro sguardo, per capire se sono arrabbiati o meno. Ma sono alti, infinitamente alti. Alzo lo sguardo più su per quanto mi sia possibile, ma al di sopra del collo vedo solo una luce bianca, fortissima: cerco di mettere a fuoco la vista, per poterne notare almeno i lineamenti del viso, ma più mi sforzo più gli occhi strabuzzano, la vista si tinge di bianco, finché non vedo altro che bianco tutto intorno.
Mi riprendo sul sedile posteriore di un'auto. I miei sono alla guida, stavolta ne distinguo i contorni. Parlano tra loro, a voce bassa, indecifrabile. Forse non vogliono svegliarmi. Mi tiro su e guardo fuori dal finestrino, poco sopra il mio naso: ci sono colline verdi tutto intorno, con delle spruzzate di case in lontananza. E' un paesaggio familiare, anche se non riesco a ricordare il perché.
D'improvviso sento mia madre lanciare un urlo dalla paura e girarsi verso di me con lo sguardo preoccupato: una farfalla è entrata in auto, dal suo finestrino semi-aperto, e sta svolazzando nell'abitacolo. Ne seguo il volo, paralizzato, con la bocca aperta. Sento mia madre urlare "Chiudila! Chiudi la bocca!", e mio padre, che guida ora con fare nervoso, dirmi "Non aver paura! Rimani tranquillo, solo chiudi la bocca!". Ci provo, ma non riesco a muovermi.
Seguo con lo sguardo la farfalla, tra l'incuriosito e il terrorizzato. Dopo qualche altro giro per l'abitacolo, questa decide di posarsi placidamente nella mia bocca, sulla mia lingua. Mia madre con uno scatto la scaccia via dal suo nido improvvisato, e la schiaccia con un giornale arrotolato. Assisto alla scena immobile, ancora paralizzato, ma avverto nitidamente una cosa estranea sulla lingua: un pezzo d'ala della farfalla si è conficcato sulla mia lingua.
Mia madre inizia a disperarsi, dicendo che devo andare immediatamente al pronto soccorso, in quanto velenosa. Mio padre non dice nulla, preferendo concentrarsi sulla guida, e accelera l'auto.
lunedì 10 dicembre 2012
Il tocco
Era lì. Il mio cellulare, o, meglio, i suoi pezzi: disposti ordinatamente, in fila, dal più piccolo al più grande, come una sorta di quadro astratto.
Continuavo a fissarli, cercando di capire come potesse essere accaduto, quando in realtà lo sapevo bene. E' che la mente rifiutava ancora ciò che era successo, pur dopo aver visto e rivisto mentalmente la sequenza: il cellulare suona. Sfioro il cellulare. Questo si smonta istantaneamente, scomparendo in un battito di ciglia, e al suo posto sul tavolo lì vicino appaiono i suoi pezzi. Tutti. Ordinati.
"Non è possibile - mi dico - avrò preso un abbaglio". Così, per dar seguito a quella versione che mi convincevo a scegliere, decido di riprovare. Afferro la penna che fa capolino dalla tazza vicino l'angolo. E, con meno stupore della volta precedente, appena le mie dita la sfiorano, questa svanisce e, istantaneamente, sul tavolo compaiono i pezzi che la compongono, ordinati in modo fin troppo preciso.
Rido, tra il nervosismo e l'assurdità della cosa, mentre vedo i due puzzle improvvisati sul tavolo. Mi ritrovo a pensare cos'altro potrei "smontare": l'orologio appeso al muro, quel vecchio stereo, il mio letto. Quando di colpo mi sovviene un pensiero agghiacciante:
Qualcuno, evidentemente, decide di rispondermi. Una voce di donna, con tono gentile ma deciso.
Continuavo a fissarli, cercando di capire come potesse essere accaduto, quando in realtà lo sapevo bene. E' che la mente rifiutava ancora ciò che era successo, pur dopo aver visto e rivisto mentalmente la sequenza: il cellulare suona. Sfioro il cellulare. Questo si smonta istantaneamente, scomparendo in un battito di ciglia, e al suo posto sul tavolo lì vicino appaiono i suoi pezzi. Tutti. Ordinati.
"Non è possibile - mi dico - avrò preso un abbaglio". Così, per dar seguito a quella versione che mi convincevo a scegliere, decido di riprovare. Afferro la penna che fa capolino dalla tazza vicino l'angolo. E, con meno stupore della volta precedente, appena le mie dita la sfiorano, questa svanisce e, istantaneamente, sul tavolo compaiono i pezzi che la compongono, ordinati in modo fin troppo preciso.
Rido, tra il nervosismo e l'assurdità della cosa, mentre vedo i due puzzle improvvisati sul tavolo. Mi ritrovo a pensare cos'altro potrei "smontare": l'orologio appeso al muro, quel vecchio stereo, il mio letto. Quando di colpo mi sovviene un pensiero agghiacciante:
"Cosa succederebbe se toccassi ... una persona?"
Qualcuno, evidentemente, decide di rispondermi. Una voce di donna, con tono gentile ma deciso.
"Ogni oggetto, inanimato o meno, è composto da più parti: il loro collaborare insieme, in armonia, è un atto d'amore. Tu facendo così, con il tuo gesto, anche se involontario, scegli di rinunciare a quell'amore, perché vuoi cercare di comprenderlo, analizzandolo fin nelle sue parti più piccole."
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